Il “colpo di mano” manda al macero le riforme e fa riemergere i fantasmi

L’8 dicembre 2012, richiama per assonanza politica e numerica, l’8 settembre ’43. Un ricordo che evoca Badoglio e la Germania, la sensazione di essere arrivati alla fine di un calvario, mentre invece si può aprire una nuova guerra civile.
Per ora si ha l’impressione di una grossa forzatura. La Casta politica ha certamente fatto un “Colpo di mano” per non correre il rischio di sloggiare dal Palazzo, per cercare di farla franca un’altra volta. I fatti sono noti: pochi giorni prima il segretario PDL Alfano, alla Camera, ha assunto una posizione critica verso il Governo Monti, di non-sfiducia, però salvando il premier. Per tutta risposta Mario Monti ha fatto spallucce e il giorno dopo, a sant’Ambrogio, è andato tranquillo alla Scala, a Milano, a godersi la prima. Il mattino successivo prende e va in Costa Azzurra, a Cannes, nel pomeriggio rilascia dichiarazioni rilassanti, poi verso sera ritorna a Roma. A quel punto, prima di cena, all’improvviso cambia tutto lo scenario politico e sale al Quirinale per dire che vorrebbe dimettersi. A voce naturalmente, nulla di scritto, non si sa mai, verba volant scripta manent.
Con la gente tranquilla a cena, molti fuori città per la festività della Madonna, arriva il diluvio del sabato sera. A ciel sereno. Subito non si capisce la portata della mossa, sembra un giochetto come tanti altri, un giro al Colle, invece no.
Lunedì 10 dicembre il “giochetto” si trasforma in un “trappolone”.
Alfano e Maroni rischiano di fare la parte delle lepri, che corrono per tirarsi dietro chi deve finire dentro la buca.
Ma, che cosa è successo? Di fatti nuovi poco o nulla, se non che il PD di Bersani e altri leader con lui, hanno preso la palla al balzo del bluff giocato in aula alla Camera da Alfano, per compiere uno strappo, imprimendo una fortissima accelerazione alla lenta conclusione della legislatura.
Subito al Senato sono pronti ad abbassare la saracinesca sulla riforma elettorale, tirata in lungo per tutto novembre per aspettare il risultato delle primarie del PD. Invece, una volta chiuse, in men che non si dica, chiudono la bottega, niente più riforme, tutto sospeso e rinviato alla prossima legislatura. A loro va bene il “porcellum”, come si sospettava da tempo.
In un colpo solo, è finito al macero un anno di dibattito e lavoro sulle riforme elettorali e istituzionali. Così, sono ricomparsi tutti i fantasmi delle competizioni elettorali del passato: Casini, Berlusconi e Bersani. Il Cavaliere imperversa con il ritornello dell’abolizione delle tasse sulla prima casa, Bersani si atteggia a leader della sinistra, senza averne il carisma.
Stavolta è proprio evidente che i partiti in Parlamento sono d’accordo, decisi a tenersi il porcellum, a non fare nulla per migliorare la situazione politica. Pronti a chiudere gli accessi alla casta, al ricambio, non vogliono permettere agli Italiani di esprimere le proprie scelte, di esercitare la legittima sovranità popolare.
La posizione di Monti non è chiara, non si capisce se ha eseguito un ordine, oppure se ha semplicemente accolto un desiderio di tutte le forze politiche, al quale il Presidente Napolitano non ha più la forza di opporsi in questo finale di settennato, dopo aver speso tutte le sue energie.
Poche voci si levano a denunciare l’inganno. Un occasione storica anche per Marco Pannella, per denunciare la partitocrazia, se non che nell’attesa di un tale evento, da lui largamente previsto, si è fatto distrarre, incaponendosi nel digiuno su una battaglia secondaria. Fuori gioco. Intanto la TV di Stato affida a un comico il compito di spiegare il tutto. In questi giorni hanno scritto e denunciato il vilipendio costituzionale gente come l’ex-presidente del Senato Pera, e pochi altri con lui, come Giacalone di Libero, per dire che in questo frangente politico la Costituzione è messa nel cassetto. Ieri, mercoledì 19 dicembre, risponde Napolitano:
“…Avendo il Presidente del Consiglio preannunciato la formalizzazione delle sue irrevocabili dimissioni all’indomani dell’approvazione di questa legge, è interesse del paese evitare un prolungamento di siffatta condizione di incertezza istituzionale.
In quanto alla conseguente indizione delle elezioni politiche, corrisponde alla prassi costante la fissazione della data in un momento intermedio tra il minimo di 45 giorni previsto dalla legge e il massimo di 70 fissato in Costituzione. E’ egualmente interesse del paese che ci si attenga a tale prassi e non si prolunghi eccessivamente la campagna elettorale affinché possa ristabilirsi al più presto la piena funzionalità delle Assemblee parlamentari e del Governo in una fase sempre critica e densa di incognite per l’Italia.”
Il ragionamento esposto dall’ufficio stampa del Quirinale è semplicemente sgangherato.
Ha buon gioco Grillo, che nel suo blog scrive “i motivi ufficiali di questa farsa, degna di Totòtruffa sono due, entrambi falsi, la sfiducia e lo spread. La sfiducia al governo Monti è inesistente. Questo tizio ha annunciato le sue dimissioni (come se fosse un impiegato e non il presidente del Consiglio) con il beneplacito di Napolitano. Entrambi non devono aver letto con attenzione la Costituzione che IMPONE la sfiducia parlamentare per lo scioglimento delle Camere – art. 94 . Se Monti vuole dare le dimissioni ha l’obbligo di recarsi di fronte al Parlamento e porre la fiducia (e sa che la otterrebbe). Non può sfiduciarsi da solo. Ma chi si crede di essere? Napolitano non può sciogliere le Camere perché Monti tiene il broncio.”
A questo punto si fa sentire Bersani. L’Ansa riporta: “La situazione in Italia e’ diversa dal 2008 ”allora c’erano 12 partiti e non il Pd che ora e’ il primo partito ed altri hanno percentuali” basse. Per il segretario del Pd Bersani ”non si possono cercare problemi” nel centrosinistra. ”Chi ha preoccupazioni farà meglio a rivolgersi a noi” perché ”c’è un’ondata antieuropea e populista” in Italia.”
Scoppiano le polemica anche sul decreto legge, varato lunedì in fretta e furia dal Governo, per ridurre il numero delle firme per la presentazione delle liste di candidati alle prossime elezioni politiche. Il PDL chiede che il testo venga “modificato” perché contiene “incongruenze” e in alcuni punti risulta “paradossale”. Per SEL e Lega è un regalo “ai centristi e agli amici di Monti” perché esonera dalla raccolta firme delle non meglio specificate “componenti politiche all’interno dei gruppi parlamentari”.
Ieri Monti ha accolto a Palazzo Chigi i suoi sostenitori elettorali, da Montezemolo a Casini, più qualche ministro. Subito dopo Casini non ha resistito a farlo sapere a mezzo mondo.
Tutto questo gran dispiegamento di forze segna un brusco avvio della campagna elettorale, dove le regole saranno piegate agli interessi di parte.
Il conto ci verrà spedito a casa, il prossimo giugno.