In Italia le moschee non possono operare come se fossero uno Stato islamico

Le scritte delle insegne, targhe, segnali e simili, devono - tra l’altro- essere esposte da noi compilate in corretta lingua italiana. Caso mai, può essere aggiunta la traduzione letterale in lingua straniera.
È stabilito dal Codice della Strada, dalle correlate Norme Tecniche di Attuazione, e dai Regolamenti Municipali in materia, ai quali sono demandate esplicitamente, secondo la consueta gerarchia normativa, le varie disposizioni.
La inosservanza di tali disposizioni, tutte bene coordinate tra esse, è punita con “pene pecuniarie” e -ovvio- con l’ordine di adeguare opportunamente le scritte esposte.

A Chivasso (TO) sono state sanzionate due insegne scritte solo in arabo, esposte a indicare una “moschea” la quale -tra l’altro- è stata allestita in un preesistente magazzino ( ! ).
Ora, oltre alla irregolarità delle insegne, siccome prive comunque della prescritta autorizzazione, oltre al fatto del testo scritto solo in lingua straniera, oltre ai dubbi sul luogo prescelto, al di là di questo specifico caso, sul tema sorgono varie domande.

Può essere allestita una “moschea” ?
È luogo pubblico o aperto al pubblico una “moschea” ?
Quali attività si svolgono in una “moschea” ?
Chi è il soggetto titolare / responsabile di una “moschea” ?
Il tema che espongo è solo apparentemente secondario e le domande sono tutt’altro che banali, visto con chi abbiamo -nostro malgrado- a che fare.
Alle prime due domande tentò di rispondere qualche tempo fa, l’avvocato Patrizia Zaffagnini di Ravenna, la quale, esponendo una dotta e vasta esegesi (spiegazione) delle vigenti Norme a partire dalla Costituzione rispose “no” alla prima, nel senso che una “moschea” = “luogo di culto” islamico può allestirsi solo previa intesa tra lo Stato e i responsabili di quel dato culto. Intesa che l’islam col nostro Stato non ha.
Rispose “sì” alla seconda, nel senso che [seppure partendo da una autonoma e insindacabile scelta personale = tutte le religioni sono un fatto individuale] un “culto” in quanto tale necessariamente assume natura associativa, e non può che essere celebrato pubblicamente in luogo a ciò destinato = pubblico e aperto al pubblico (salva l’osservanza di ragionevoli orari e date) essendo notoriamente vietate e punite dalla legge le associazioni segrete. (I “culti-occulti”, mi viene da ironizzare.)

Alle ultime due domande tento di rispondere io.
Salvo prova contraria, la “moschea” è sì “luogo di culto” (con quel che ciò implica) ma risulta sia non di rado anche :
scuola, biblioteca, tribunale, anagrafe, mercato, banca, ricovero, infermeria, mensa, … e conosce forse solo il demonio cos’altro ancora essa sia. Non sarà mica anche caserma?
Va da sé che tali attività possono complessivamente costituire la base di una vera e propria organizzazione sociale, in questo caso una sorta di organizzazione sociale parallela a quella autoctona, un vero e proprio Stato nello Stato, o quasi.
Attività delle quali la “moschea” costituirebbe il luogo fisico e alle quali fornirebbe il supporto logistico.
Soggetti titolari / responsabili di una moschea, chi sarebbero?
Come in molte faccende umane, risulta che quando si percorrono le strade della passione (in questo caso passione “religiosa”), siano i più ciechi a guidare… .
Tant’è vero che le “moschee” sono molto spesso tenute sotto sorveglianza dalle Forze dell’Ordine. Cosa che non risulta avvenga per “luoghi di culto” di altre religioni. Guarda caso.
La dottrina, la prassi, la precettistica, la predicazione islamiche, in prevalenza invasive, oppressive, violente, non si possono qualificare “pratiche religiose”, bensì devono essere definite “attività sediziose” non compatibili col nostro ordinamento giuridico, e trattate di conseguenza.