Buona domenica amici. A 28 anni dalla duplice strage di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, il 23 maggio e il 19 luglio 1992, abbiamo le prove per affermare che lo Stato è colluso con la Mafia, così come sussistono indizi per ritenere che la Mafia è parte integrante dello Stato. Per Mafia s’intende la criminalità organizzata che comprende Cosa Nostra, Camorra, ‘Nandrangheta, Sacra Corona Unita, ma anche la realtà diffusa e capillare degli appalti pilotati, delle tangenti, dei ricatti e dello scambio di favori, che fanno riferimento a organizzazioni che assumono denominazioni diverse o restano nell’anonimato. 

Ovviamente non tutto lo Stato è marcio, così come non tutta la Magistratura è marcia. Lo attesta in modo inconfutabile la duplice strage di Falcone e Borsellino, magistrati che hanno sacrificato la propria vita per combattere la criminalità organizzata e il marciume dello Stato. Ma  è altrettanto indubbio che la Magistratura, il potere dello Stato preposto a far rispettare la legge,  è strutturalmente marcia, come ha confermato lo scandalo legato all’ex Pubblico Ministero Luca Palamara, perché si fonda sul “sistema delle correnti” presente in seno al Consiglio Superiore della Magistratura e all’Associazione Nazionale Magistrati, che rende la Magistratura collusa e inquinata dagli intrallazzi della Politica, dagli interessi del mondo degli affari, dal gioco sporco del mondo del malaffare. 

Paolo Borsellino denunciò il legame tra lo Stato e la Mafia ed era consapevole che l’avevano condannato a morte: “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della Mafia, la Mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.  Borsellino disse: “Politica e Mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. 

Poco più di un mese dopo l’attentato a Falcone, il 25 giugno 1992, Borsellino denunciò la costante opposizione al lavoro e al metodo di Falcone di parti consistenti delle istituzioni: "Secondo Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione. Oggi che tutti ci rendiamo conto di qual è stata la statura di quest'uomo, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire il primo gennaio del 1988, quando il Consiglio Superiore della Magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Meli". A un certo punto, raccontò Borsellino, "fummo noi stessi a convincere Falcone, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato le esperienze del Pool Antimafia. Era la Superprocura". La Mafia "ha preparato e attuato l'attentato del 23 maggio nel momento in cui Giovanni Falcone era a un passo dal diventare Direttore Nazionale Antimafia".

Il Presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, nella ricorrenza dell’attentato a Borsellino, in cui hanno perso la vita anche gli agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Eddie Walter Cosina, ha detto: “Materialmente il tritolo mafioso ha posto fine alle loro esistenze", ma "più del tritolo hanno fatto inerzie, omissioni, negligenze e pavidità. È un dato di fatto che pezzi dello Stato abbiano flirtato con l'antistato, che tuttora una salda, rigorosa ed ineludibile cultura antimafia non sia patrimonio collettivo". 

L’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello minore del magistrato ucciso, ha detto: “L'attentato di via D'Amelio ha il marchio del Viminale e della Polizia di Stato. Il pilastro della sentenza di via D'Amelio è quella del processo quater della Corte d'Assise di Caltanissetta chiusa il 20 aprile del 2017. Dalla motivazione sono tre gli elementi portanti: a favorire le calunnie di Vincenzo Scarantino sono stati quei soggetti che lo avevano in mano e lo controllavano e mi riferisco ai poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino comandato da Arnaldo La Barbera; il depistaggio ha avuto il fine di sottrarre all'accertamento della verità i concorrenti esterni a Cosa Nostra; i giudici hanno affermato che quello fu un depistaggio di Stato, perché vi hanno preso parte soggetti delle istituzioni. La Barbera non ha agito certamente da solo, ha risposto agli ordini dei suoi superiori gerarchici dell'epoca".  

L’avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del giudice Paolo Borsellino, ha denunciato che dopo la strage di Falcone e fino al giorno della sua strage "Borsellino in quei 57 giorni implorava di essere ascoltato e non si trovò il tempo. Dal 24 maggio al 19 luglio voleva parlare con la Procura di Caltanissetta per dare il suo contributo, ma non fu mai ascoltato. Esistono ancora clamorosi punti oscuri, troppe lacune, tanti tasselli che le procure competenti non vogliono evidentemente ricostruire pur avendo gli elementi a disposizione. Si aspetta che qualcuno parli ma le voci di chi sa sono ancora mute".

Cari amici, oggi commemoriamo la morte di un grande italiano, un magistrato che ha  amato l’Italia, ha donato consapevolmente la propria vita per la vittoria dello Stato di diritto di cui è un simbolo e un martire, come attesta il suo testamento spirituale: “È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.“ Noi facciamo nostro il messaggio di Borsellino mobilitandoci su un fronte culturale e civile per conoscere correttamente la realtà, sostenendo a viva voce la verità in libertà, operando per salvaguardare e tramandare la civiltà della vita, della dignità e della libertà. Insieme ce la faremo.