Il 14 gennaio 1996, nella ricorrenza dei vent'anni dalla fondazione di «la Repubblica», Eugenio Scalfari organizzò in un salone della Sede del quotidiano a Piazza Indipendenza a Roma un ricevimento a cui parteciparono i giornalisti e i dipendenti, in tutto circa duecento. Ci mettemmo in fila indiana e, uno ad uno, dai giornalisti più prestigiosi agli addetti alle mansioni più umili, fummo ricevuti da Scalfari con una stretta di mano. 
Arrivato il mio turno, quando mi trovai di fronte a lui, vidi i suoi occhi spalancarsi, lasciò trasparire uno sguardo intenso, con una mano mimò il decollo di un aereo, partendo dal basso e alzando il braccio il più alto possibile, e mi disse: «Vola sempre in alto, sempre più in alto».
Fu l'ultima volta che incontrammo Scalfari come Direttore Responsabile della Repubblica. Nello stesso anno rassegnò le dimissioni e gli subentrò Ezio Mauro. Con lui finì un «Regno» che aveva visto Scalfari padre-padrone-padreterno di un quotidiano che, nel bene e nel male, cambiò radicalmente la realtà dell'informazione in Italia, fino a conquistare il primato delle copie vendute in edicola in tutt'Italia. 
Per vent'anni Scalfari ha deciso autonomamente tutto, dalle assunzioni dei giornalisti, molti dei quali provenivano da «L'Unità» e «Paese Sera» dell'allora Partito Comunista Italiano, fino all'autorizzazione delle spese di qualsiasi natura. Di fatto incorporava sia la carica di Direttore Responsabile, che gestisce i contenuti giornalistici, sia la carica di Direttore generale, preposto all'Amministrazione dell'azienda. 
Con il venir meno dei finanziamenti pubblici all'editoria che di fatto avevano reso la stampa un sottobosco della politica; con la crescita di una crisi economica che si tradusse nella contrazione della pubblicità che è la linfa vitale che garantisce il 70% degli introiti necessari alla gestione di un quotidiano; con la crescente difficoltà a fronteggiare dei costi che erano lievitati per tante assunzioni clientelari e tante spese incontrollate, Scalfari fu costretto dal nuovo editore-padrone della Repubblica, il finanziere Carlo De Benedetti, a farsi da parte. Gli subentrò Ezio Mauro. Il vero potere passò nelle mani dell'Amministratore delegato Marco Benedetto, incaricato di eliminare drasticamente tutte le spese non indispensabili.
Piaccia o meno, l'uscita di Scalfari segnò anche uno spartiacque nella realtà del giornalismo “indipendente” in Italia. De Benedetti è l'emblema per antonomasia della grande finanza speculativa globalizzata. Dopo la fine del «Regno di Scalfari» in Italia è venuta sempre meno l'autonomia dei giornali rispetto al condizionamento dello strapotere della finanza speculativa, anche se in precedenza gli stessi giornali risentivano del condizionamento della politica da cui ricevevano dei sostanziosi aiuti finanziari pubblici. 
Iniziai a scrivere come collaboratore su «la Repubblica» dal novembre 1979, tre anni dopo la sua nascita, e ho proseguito per ventiquattro anni fino all'agosto 2003, quando avevo acquisito la qualifica di Editorialista e Inviato speciale. Dal primo settembre 2003 e fino al novembre 2008 passai al Corriere della Sera con la qualifica di «vice-Direttore ad personam». Ventiquattro anni sono una parte rilevante della vita che non si dimentica, vent'anni dei quali trascorsi con Scalfari come padre-padrone-padreterno della Repubblica. A prescindere dalle idee autonome che ho man mano maturato nel corso degli anni e che non corrispondevano alla “linea ufficiale” della Repubblica, non potrei non provare gratitudine per un Grande del giornalismo italiano, un Maestro che mi ha consentito di affermarmi e di crescere come giornalista e intellettuale, che mi apprezzava sinceramente invitandomi, mimando con la mano il decollo dell'aereo, a volare sempre più in alto. Oggi, all'età di 98 anni, Scalfari ci ha lasciato. Non lo dimenticherò mai. Grazie Direttore.

Magdi Cristiano Allam
Fondatore e Presidente della Comunità «Casa della Civiltà»

Giovedì 14 luglio 2022