La “Festa del Lavoro” andrebbe abolita perché è un’offesa ai 6 milioni di disoccupati, ai 18 milioni a rischio povertà, ai 250 mila emigrati perché manca il lavoro

Cari amici, se fossimo uno Stato serio e se la classe politica che ci governa fosse rispettabile, si dovrebbe abolire la “Festa del Lavoro” che scade oggi, primo maggio. Perché non c’è nulla da festeggiare. La condizione dei datori di lavoro e dei lavoratori in Italia è semplicemente tragica. É un vero e proprio bollettino di guerra.

Secondo l’Istat, nel 2016 in Italia risultavano 6 milioni di disoccupati e inoccupati, di cui 3,07 milioni di disoccupati e 2,99 milioni di inoccupati che non sono mai entrati nel mondo del lavoro. Sono 1.944.000 i giovani tra 25 e 34 anni senza lavoro, la percentuale più alta in Europa, pari al 25,9%.

Solo negli ultimi otto anni hanno chiuso 158 mila aziende, con la perdita di 400 mila posti di lavoro.

Sono circa 4 milioni gli italiani che non hanno alcuna fonte di reddito. 

Nel 2016 circa 285 mila italiani sono emigrati all’estero principalmente perché in Italia non trovano un lavoro dignitoso. Una cifra vicina a quella del dopoguerra, quando emigrarono 300 mila italiani. Secondo il Centro Studi Idos, che insieme alla rivista Confronti pubblica il Dossier statistico sull’immigrazione 2017, questa fuga di cervelli corrisponde alla perdita di 8,8 miliardi di euro, limitandoci a quanto lo Stato ha speso per la loro formazione. 

Secondo Eurostat l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di poveri in valori assoluti, pari a 10,5 milioni. Secondo la Banca d’Italia quasi una persona su 4 era a rischio povertà nel 2016. Diciotto milioni di italiani sono a rischio povertà o esclusione sociale, pari al 30% della popolazione residente. Sono circa 5 milioni gli italiani che per sopravvivere ogni giorno fanno la fila alle mense dei poveri.

La Cgia rileva che 80% dei pensionati percepisce una pensione inferiore ai 1.000 euro e un terzo dei pensionati inferiore ai 500 euro.

Ecco perché è offensivo che Governo e Sindacati, ogni anno il primo maggio, festeggino. Oggi i Segretari nazionali delle tre maggiori confederazioni dei lavoratori, Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, hanno pronunciati dei discorsi a Prato sul tema “Sicurezza: il cuore del lavoro”. Rimproverano ai datori di lavoro di non investire sufficientemente per la tutela della sicurezza dei lavoratori nelle aziende. Ebbene proprio i Sindacati a Prato dovrebbero domandarsi come sia stato possibile che un’area imprenditoriale italiana d’eccellenza nel tessile e nel cuoio sia quasi tutta finita nelle mani dei cinesi. Che si mettano nei panni degli imprenditori italiani, oberati dal più alto livello di tassazione al mondo, che devono corrispondere un costo del lavoro eccessivo che erode i margini minimi di profitto, costretti a ottemperare a decine di tasse e adempimenti burocratici, strozzati da uno Stato ladrone che allunga le mani nelle loro tasche ma che paga con estremo ritardo quanto è dovuto agli imprenditori, alle prese con una magistratura elefantiaca che emette le sentenze troppo tardi quando le imprese sono già fallite. 

La “Festa del Lavoro” andrebbe abolita perché ormai si è sostanzialmente ridotta al “Concertone del Primo Maggio” in Piazza San Giovanni a Roma, uno spettacolo musicale di cantanti professionisti che non ha nulla a che fare con la realtà del lavoro. Che c’entrano con i lavoratori disoccupati e gli imprenditori falliti Gianna Nannini, Fatboy Slim, Max Gazzè & Form, Ermal Meta, Carmen Consoli, Sfera Ebbasta, Lo Stato Sociale, Cosmo, le Vibrazioni, Calibro 35, I Ministri, The Zen Circus, Canova, Gemitaiz, Ultimo, Nitro, Achille Lauro e Boss Doms, Gazzelle, Francesca Michielin, Frah Quintale, Maria Antonietta, Galeffi, Mirkoeilcane, John De Leo, Willie Peyote, Wrongonyou, Dardust ft. Joan Thiele? Forse c’entrano perché a pagare questi cantanti, che confesso di non conoscere, sono sempre i lavoratori attraverso le tessere e le trattenute sindacali.