Cari amici buongiorno. Tutti i Protagonisti iscritti alla Casa della Casa della Civiltà sono invitati questa sera, alle ore 20,30, a partecipare all'incontro tramite videoconferenza per confrontarci sull'imminente elezione del nuovo Parlamento che si terrà questa domenica 25 settembre. Sarete soprattutto voi a intervenire per esprimere la vostra scelta e verificare se il vostro orientamento è cambiato o meno nel corso di questa breve e pressoché assente campagna elettorale.
Possono partecipare anche gli Amici esterni della Casa della Civiltà inviando una richiesta alla e-mail adesioni@casadellacivilta.it e compilando successivamente il Modulo sulla cosiddetta “Privacy”.

Io colgo l'occasione per approfondire con voi il tema della democrazia e delle elezioni prendendo spunto dal voto con cui lo scorso 16 settembre il Parlamento Europeo, con un'ampia maggioranza di 433 voti a favore e 123 contrari, ha deliberato che l'Ungheria non è «una democrazia», ma un «regime ibrido di autocrazia elettorale» costruito da Viktor Orban, che rappresenterebbe una «minaccia sistemica» per i valori fondanti dell'Unione Europea.

Ciò che voglio sottolineare al riguardo, al di là del legittimo dubbio sul fatto che l'Ungheria non sarebbe una democrazia ma bensì una dittatura, è che il Parlamento Europeo ha correttamente fatto una distinzione tra la dimensione formale della democrazia, che si espleta tramite il rito delle elezioni, e la dimensione sostanziale della democrazia, che corrisponde ai valori su cui si fonda uno Stato civile di diritto.

La democrazia non si sostanzia del rito delle elezioni ma dei valori, dei principi e delle regole che incarna e che ne costituiscono la sua quintessenza. Eppure a livello mondiale la democrazia è concepita e soprattutto praticata esclusivamente per la dimensione formale del rito delle elezioni. Quanto alla sua dimensione sostanziale, non solo non c’è convergenza, ma il tema non viene nemmeno sollevato e, nella maggior parte di chi esercita il rito delle elezioni, non si è nemmeno consapevoli del fatto che sussista una dimensione sostanziale della democrazia. 

Il sistema elettorale è a tal punto diverso tra gli Stati che si risolve in modelli di democrazia sostanzialmente diversi. 
Nel sistema elettorale degli Stati Uniti d’America, concepita come il paladino della democrazia a livello mondiale ed è la superpotenza che ha fatto delle guerre per imporre la democrazia in Stati retti da dittature, ebbene gli eletti al Congresso non sono espressione del voto popolare ma della scelta dei “grandi elettori”. Alle elezioni presidenziali del 2016 Hillary Clinton vinse il voto popolare ma Donald Trump stravinse il voto dei “grandi elettori” e divenne il Presidente degli Stati Uniti. Trump ottenne il consenso di 304 dei 538 “grandi elettori” che compongono il Collegio elettorale, mentre Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di preferenze in più nel voto popolare.
Nel sistema elettorale maggioritario secco a turno unico del Regno Unito, dove nei collegi elettorali uninominali vince il candidato che ha un voto in più, il Partito che a livello nazionale dovesse avere un voto in più in tutti i collegi, si aggiudicherebbe la totalità dei seggi della Camera dei deputati, mentre gli altri verrebbero totalmente esclusi pur avendo un ampio consenso popolare ma con un voto in meno.

Non si potrebbe in ogni caso applicare lo stesso sistema elettorale a tutti gli Stati del Mondo. La specificità della realtà geo-politica impone dei vincoli che, se violati, metterebbe a repentaglio l’esistenza dello Stato e la sopravvivenza della sua popolazione. 
Ad esempio l’Egitto, il mio Paese natale, da settemila anni, è sostanzialmente governato da un Faraone, inteso come un autocrate. La ragione è molto semplice. L'Egitto e gli egiziani dipendono dal regolare flusso delle acque del Nilo dal Sud al Nord del Paese. Solo un Faraone, cioè un potere centralizzato e forte le cui decisioni sono indiscutibili e inappellabili, può garantire che nessuno ostacoli il corso della risorsa vitale che assicura la sopravvivenza di oltre 100 milioni di egiziani.

Il sistema elettorale italiano, per prevenire l’avvento al potere di un “uomo forte” dopo il ventennio di regime fascista, è stato concepito per affermare la “rappresentatività” a discapito della “governabilità”, facendo primeggiare la volontà popolare rispetto alle decisioni assunte da chi governa lo Stato. In Italia si sono succeduti 67 governi in 76 anni, con una durata media di un anno e poco più di un mese per ciascun Governo. Il Governo Draghi è durato circa un anno e cinque mesi.  Nessun Governo italiano ha portato a termine la legislatura di cinque anni. Il Governo che è durato di più è stato il secondo Governo Berlusconi, rimasto in carica dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005, in totale 1412 giorni, pari a 3 anni e 8 mesi. Questa realtà ci fa toccare con mano che la nostra democrazia è intrinsecamente inadeguata a garantire la governabilità dell’Italia. 

L'avvento al potere di Mario Monti nel novembre 2011, con un “colpo di stato finanziario ed eurocratico” attuato dall'allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che obbligò Silvio Berlusconi a rassegnare le dimissioni da Presidente del Consiglio, ha inaugurato il corso dello strapotere della grande finanza speculativa globalizzata e evidenziato i limiti e il condizionamento della nostra democrazia. 

Ormai l'insieme della democrazia in Occidente è fortemente limitata e condizionata dallo strapotere della grande finanza speculativa globalizzata. L'ascesa al potere di Jimmie Akesson, leader di “Democratici svedesi”, diventato il primo partito in Svezia alle elezioni legislative dell'11 settembre, e di Giorgia Meloni, Presidente di “Fratelli d'Italia”, che secondo tutti i sondaggi sarà il primo partito in Italia alle imminenti elezioni legislative del 25 settembre, attesta in modo inequivocabile che i partiti e i leader politici, a prescindere dalla loro collocazione a destra, al centro o a sinistra, se vogliono accedere al Palazzo del Potere, cioè al Governo, e alla “Stanza dei bottoni”, cioè assumere la guida del Governo, devono rinunciare all'identità sovranista e alla rivendicazione di riscattare la sovranità nazionale, assicurando la loro assoluta lealtà e la loro irreversibile adesione all'Euro, all'Unione Europea, all'Alleanza Atlantica e all'insieme delle istituzioni e delle decisioni che promuovono il “Nuovo Ordine Mondiale”, dal Fondo Monetario Internazionale alla gestione globalizzata della cosiddetta “pandemia di Covid-19”. 

L'attuale sistema elettorale in Italia è di fatto incostituzionale. Nel 2014 la Corte Costituzionale bocciò il sistema elettorale denominato “Porcellum” perché non contemplava il voto di preferenza e non indicava la soglia a partire dalla quale scattava il premio di maggioranza. Nel 2017 la Corte Costituzionale bocciò il sistema elettorale denominato “Italicum” perché il ballottaggio può permettere anche a chi ha avuto pochi voti di ottenere il premio di maggioranza, stravolgendo le intenzioni degli elettori manifestate al primo turno; e perché i capilista candidati in più collegi determinano «una distorsione del voto».
Ebbene l'attuale legge elettorale, denominata “Rosatellum” è anch'essa di fatto incostituzionale principalmente perché non contempla il voto di preferenza, non consente cioè che gli elettori scelgano i propri eletti scrivendo personalmente i loro nomi sulla scheda elettorale, dove i nomi degli eletti, sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali, sono già scritti e sono stati scelti dai rispettivi Partiti. Eppure nel 2018 si è votato con il “Rosatellum” e si tornerà a votare con lo stesso sistema elettorale il 25 settembre 2022, tra il silenzio assordante della Corte Costituzionale totalmente assoggettata al potere politico.

Alla luce di tutto ciò si impone una riflessione sul suffragio universale, decantato come l'apice della civiltà e dello Stato di diritto, il frutto più ambito delle battaglie dei popoli per la democrazia. Ebbene se la tesi di “uno vale uno” è umanamente bocciata per quanto concerne gli eletti, nel senso che si è accreditata la consapevolezza che non si possono affidare incarichi di governo inteso in senso ampio a chi non ha adeguate competenze, è ragionevole interrogarsi se il suffragio universale sia valido anche per gli elettori, cioè se sia valido e utile per il bene della collettività che votino dei cittadini che non hanno una adeguata consapevolezza del bene comune e che siano facilmente manipolabili dai poteri forti locali e globalizzati.

Cari amici, di fronte all'insieme delle evidenze che ho illustrato non possiamo continuare a concepire la democrazia come un totem indiscutibile, di fronte a cui dobbiamo prostrarci costi quel che costi. A Winston Churchill viene attribuita la frase: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora». Oggi, alla vigilia del voto, voglio essenzialmente portare un contributo alla riflessione sul tema della democrazia, a prescindere dalla legittima scelta di chi andrà a votare e dalla fondata scelta di chi non andrà a votare. 
Andiamo avanti a testa alta e con la schiena dritta, forti di verità e con il coraggio della libertà. Con l'aiuto del Signore insieme ce la faremo.

Magdi Cristiano Allam
Presidente della Comunità «Casa della Civiltà»

Giovedì 22 settembre 2022