La libertà d'informazione è morta. Siamo sottomessi a una dittatura mediatica imposta da chi ci governa, con una stampa omologata e giornalisti tuttologi e tuttofare, precari e sottopagati

Cari amici, ieri si è celebrata la Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa. Secondo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il male di fondo che minaccerebbe la libertà di stampa sarebbe «una nuova stagione di violenze contro la stampa, in Italia, in Europa, nel mondo. Ancora oggi aggressioni e intimidazioni minacciano il lavoro di quei cronisti che non si piegano alla logica di interessi e poteri illegali e della criminalità, recando così un contributo rilevante alla causa della democrazia.» 
La minaccia evocata da Mattarella, secondo l'organizzazione Reporters sans frontières (Rsf), si traduce in 29 giornalisti e operatori dei media uccisi nel mondo dall'inizio del 2018. Sempre secondo Rsf l'Italia si colloca al 77esimo posto su 180 Stati nella classifica concernente la libertà di stampa nel mondo. Ma anche in questo caso il declassamento dell'Italia si deve al fatto che in Italia ci sono «fra i 30 e i 50 giornalisti» sotto protezione delle forze dell'ordine per minacce di morte o intimidazioni.  

Sia Mattarella sia Rfs, consapevolmente o meno, comunque irresponsabilmente danno una rappresentazione fuorviante dello stato della libertà di stampa in Italia e più in generale in Europa. La verità è che non esiste più la libertà di stampa non per le minacce dei poteri illegali e della criminalità, ma per una strategia deliberata, pianificata e attuata dai poteri che ci governano, quindi dai poteri formalmente legali ma di fatto poteri dittatoriali. La verità è che siamo sottomessi ad un lavaggio di cervello, indottrinati, plagiati, raggirati da un'informazione intenzionalmente mistificata e ideologizzata, siamo bombardati da notizie false anche se verosimili. La verità è che gli stessi poteri finanziari ed economici sono riusciti a imporre una dittatura mediatica e informatica controllando le maggiori testate e i principali siti d'informazione o di ricerca di contenuti attinenti alla conoscenza intesa in senso lato, somministrandoci un'informazione omologata e omogeneizzata. La verità è che i cittadini hanno una crescente difficoltà a disporre di una corretta rappresentazione della realtà, sono sempre più confusi e incerti su ciò che accade dentro casa nostra e tutt'intorno a noi. La verità è che il venir sempre meno della certezza della realtà, che è di per sé un fatto negativo, ha finito per essere trasformato in un fenomeno concepito positivamente come il «relativismo». La verità è che oggi gran parte di noi non crede più che esista la nozione stessa di verità e, di conseguenza, anche sul piano dell'informazione ci rassegniamo al fatto che ciascuno può rappresentare arbitrariamente in modo diverso o anche contrapposto la stessa realtà. 
La conseguenza è che sempre più cittadini non leggono più i giornali e non seguono più i telegiornali. Perché l'informazione è sempre più screditata. Più che informazione si è ridotta a essere spettacolo, dove il protagonista non sono più i detentori del sapere ma il giornalista o il conduttore che impone la «linea editoriale», cioè ottempera agli ordini del padrone. Il risultato è che la professione giornalistica si è sempre più degradata in tutti i sensi, sia sul piano della formazione sia sul piano della retribuzione. Regna un'ignoranza e un pressapochismo sconvolgente tra i giornalisti, compensati con il precariato a vita e con retribuzioni inferiori a quelle dei lavapiatti. 

Cari amici, è di questa dittatura mediatica e informatica che dobbiamo occuparci. Dobbiamo mobilitarci su un fronte culturale per acquisire e diffondere informazione corretta, riscattando il nostro diritto e il nostro dovere di disporre di una corretta rappresentazione della realtà che ci circonda. Solo così le nostre valutazioni potranno essere adeguatamente ponderate e le nostre azioni potranno rivelarsi correttamente orientate alla realizzazione del nostro legittimo interesse.