Undici anni fa Benedetto XVI a Ratisbona fu condannato per aver detto la verità in libertà su Maometto

Cari amici, undici anni fa, il 12 settembre 2006 Papa Benedetto XVI subì una vera e propria guerra verbale, diplomatica e terroristica semplicemente per aver detto la verità in libertà su Maometto, nel contesto di una Lectio Magistralis pronunciata nell’Università tedesca di Ratisbona, la cui tesi principale è che una vera fede non può essere in contrasto con la ragione.

Vi ripropongo la mia considerazione su quello storico evento pubblicato nell’Introduzione del mio nuovo libro «Maometto e il suo Allah».

Guai a dire la verità storica su Maometto. La durissima reazione alla conferenza tenuta dal Papa Benedetto XVI nell'Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, di totale condanna da parte dei musulmani e di accesa critica da parte dei laici e persino dei cristiani d'Occidente, ha rappresentato un evento storico che evidenzia il fatto che ormai l'Occidente si è auto-imposto di non criticare l'islam a prescindere dai suoi contenuti violenti, rinunciando aprioristicamente a essere pienamente se stesso dentro casa propria come depositario dei valori inviolabili della vita, della dignità e della libertà, ciò che si traduce nella effettiva sottomissione all'islam. 

Nella sua Lectio Magistralis dal titolo «Fede, ragione e università - Ricordi e riflessioni», Benedetto XVI sostenne la tesi dell'indissolubilità tra fede e ragione, specificando che una vera fede non può essere contraria alla ragione, che sottintende la concordanza della dimensione trascendente di Dio con la dimensione terrena della persona umana. 

«Dio non si compiace del sangue, non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia. Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte.»

Ebbene la guerra verbale, diplomatica, ma anche violenta e terroristica che esplose, fu dovuta specificatamente al fatto che il Papa evocò una breve dichiarazione critica su Maometto, fatta dall'imperatore bizantino Manuele II Paleologo nel corso di un dialogo con un persiano musulmano su cristianesimo e islam, svoltosi probabilmente durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402. 

«Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava.» 

Per aver detto la semplice, oggettiva e assoluta verità in libertà, Benedetto XVI si ritrovò ad essere bersaglio di una guerra politica con il richiamo di ambasciatori dei paesi islamici accreditati presso lo Stato del Vaticano e la richiesta di pubbliche scuse, di una guerra religiosa con la condanna da parte delle autorità religiose islamiche, di una guerra mediatica con una incredibile mobilitazione dei mezzi di comunicazione contro il Pontefice, di una guerra terroristica con la distruzione di chiese, uccisione di cristiani, minacce di morte al Papa. 

Ma anche personalità di spicco della Chiesa cattolica criticarono il Papa. La critica apparentemente pacata ma di fatto la più grave gli fu rivolta dal cardinale Carlo Maria Martini, gesuita come l'attuale Papa Francesco, secondo cui le parole di Benedetto XVI erano «inopportune». Ebbene il sottinteso è che ormai, anche dentro casa nostra, in quest'Europa che è stata la culla della democrazia e la patria dei diritti fondamentali della persona tra cui primeggia la libertà d'espressione, ci siamo auto-imposti la censura preventiva nei confronti dell'islam, per cui si può dire la verità su Maometto solo se è «opportuno» dirla, mentre è preferibile non dire la verità su Maometto se è «inopportuno». Di fatto il non poter dire la verità in libertà dentro casa nostra su Maometto e sull'islam è la morte interiore, ancora peggiore della morte fisica, perché è come morire ogni giorno spogliati della nostra dignità e libertà.