Riacquista il debito pubblico aumentando le riserve di 60 miliardi di dollari al mese. In Giappone con la sovranità crescono, noi con l’austerità moriamo

Nella notte delle streghe, i giapponesi han trovato il modo d’ingannare ancora una volta i mercati finanziari, predisponendo un potente piano di riacquisto del debito pubblico per circa 60 miliardi di dollari al mese.

Se si pensa che l’emissione media mensile di debito pubblico giapponese è di 55 miliardi, questa nuova politica di QE andrà non solo a comprare tutto il debito emesso mensilmente, ma anche una parte di quello già presente sul mercato.

I mercati festeggiano, le borse salgono ed i beni rifugio crollano. Per adesso.

Facciamo una serie di considerazioni su cosa implica questa politica monetaria giapponese, sui risvolti che potrebbe avere sull’economia reale e sul perché, pur con tutti i limiti del caso, essa rappresenta una importante soluzione per l’eliminazione del debito pubblico e dei suoi interessi passivi.

Partiamo confrontando il debito italiano con quello giapponese ed il costo del debito stesso.

L’Italia, sulle ultime emissioni decennali, paga 5 volte il costo degli interessi del Giappone che ha un debito doppio rispetto a quello italiano. Perché?

Perché i giapponesi, attraverso la loro banca centrale, ricomprano il debito emesso dal Governo, scambiando sul mercato ogni mese 60 miliardi di dollari in controvalore. Questa politica comporta: in primo luogo l’abbassamento del tasso sui titoli di Stato giapponesi; in secondo luogo tende ad indebolire la valuta, favorendo l’export, quindi le industrie giapponesi e la bilancia commerciale. Dall’avvio delle politiche di QE, lo Yen si è svalutato del 30% contro l’euro.

Grazie a queste politiche della BOJ, grazie alla visione strategica dell’ottimo premier Abe, il Giappone a soli tre anni da una catastrofe epocale, viaggia con un PIL stabile, disoccupazione al 3,5%, inflazione al 3% e con un reddito medio pro-capite di 37.000 dollari mentre quello italiano è circa 28.000. Vorremmo tutti essere giapponesi. O no?

Viene da rabbrividire al solo pensiero d’immaginare cosa sarebbe successo se un evento naturale così devastante avesse colpito la nostra meravigliosa Italia, dove bastano poche gocce d’acqua per creare inondazioni, frane, alluvioni che a distanza di anni, si ripetono senza che alcuna autorità preposta vi ponga rimedio per tempo.

Tornando al QE della BOJ, pare davvero che questa abbia preso il testimone, in una sorta di staffetta delle banche centrali, dopo che la FED col suo tapering (riduzione degli acquisti di titoli di stato e cartolarizzazioni) stava innervosendo i mercati.

Ma la domanda da porsi a questo punto è: quanti dei miliardi creati dalle banche centrali di mezzo mondo sono poi arrivati all’economia reale?

Risposta: quasi nulla, zero.

C’è infatti un fraintendimento di base, dettato dall’ignoranza di molti e dalla malafede di altri, sul Quantitative Easing (QE) che viene chiamato a sproposito “stampare moneta”.

La Banca del Giappone, al pari della FED e della BOE, non fa altro che procedere a un’operazione di acquisto di titoli di stato, azioni, altri asset finanziari “a rischio”, al fine di aumentare la base monetaria. Questo intervento, consiste in uno scambio di riserve bancarie (create al momento dalla banca stessa) con titoli di Stato. Attraverso questa pratica, i titoli vengono rimossi dalla circolazione e scambiati con riserve (ecco il motivo per cui la base monetaria aumenta). L’unico effetto reale del QE, è che aumenta le riserve bancarie delle banche .

Attraverso il Quantitative Easing :
1) Non si “inietta nuova liquidità”, non si “stampa moneta”, ma si creano riserve bancarie e non si produce alcun effetto sulla domanda aggregata;
2) L’aumento di riserve NON significa incremento dei crediti che saranno erogati dal sistema bancario alle attività produttive, perché le riserve per definizione, non operano al di fuori del sistema bancario (le riserve non si possono prestare a privati per mutui o finanziamenti);
3) Mediante il riassorbimento dei titoli di Stato, la Banca Centrale sottrae al settore privato anche il rendimento dello stesso titolo, quindi in realtà rimuove liquidità, non la aggiunge al sistema dell’economia reale. Produce quindi un effetto deflazionistico (è come se si aumentassero le imposte, la moneta nel sistema reale diminuisce, non aumenta).
4) Infine, le politiche di QE non creano “direttamente” inflazione.

Non esiste alcun nesso diretto tra l’economia reale e le politiche di QE. La maggior parte degli effetti di dette politiche si consuma direttamente nei mercati finanziari e tocca solo marginalmente l’economia reale (privati ed imprese) limitatamente ai casi in cui si abbiano grandi ricchezze e proprietà.

I mercati invece sono assai sensibili alle politiche di QE per una serie di motivi che ora andremo ad analizzare.

In primo luogo a risentire positivamente del QE è il mercato obbligazionario e del debito sovrano; la certezza che il debito contratto, per quanto elevato, troverà sempre un compratore, rende l’investimento a rischio praticamente nullo. Dunque la domanda di safe asset è forte e comprime i tassi dei titoli di Stato, portandoli a quotazioni fino a qualche anno fa inimmaginabili.

In secondo luogo, la riduzione del costo del debito, induce una maggior competitività delle aziende presenti sul mercato (gli interessi passivi rappresentano un costo per il sistema produttivo) e dunque anche la componente azionaria finisce per godere dell’allentamento delle tensioni sul mercato del credito.

Il fatto che i vari QE siano operazioni di tipo deflazionistico, spiega anche il collo dei corsi dei metalli preziosi e dei beni rifugio in generale.

Indirettamente, un altro effetto dei vari QE, è quello di permettere l’utilizzo di un sempre più ampio ventaglio di asset da porre a garanzia nei prestiti tra banche ed istituzioni finanziarie per ottenere nuova liquidità da reinvestire poi sul mercato finanziario, favorendone in ultima istanza crescita.

Il tutto senza che nulla giunga all’economia reale.

Le politiche di QE adottate, sebbene abbiano impedito il prodursi di una catastrofe finanziaria ed economica come accadde nel 1929, sono ben lungi dal poter essere considerate le migliori strategie possibili. Infatti, sempre per chi ancora non lo avesse ben chiaro, il problema dell’economia attuale non è la dimensione dei debiti pubblici, bensì l’enorme grandezza del debito privato e la mole d’interessi passivi che questo drena all’economia reale. In Italia, si pagano interessi passivi complessivi sul debito totale pari al 14% del PIL! Essi rappresentano un costo insostenibile per famiglie ed imprese. Certo, aver potuto contare sulla disponibilità di una banca centrale, in grado di assorbire il debito sovrano, limitandone i tassi passivi e mettendo in sicurezza il sistema bancario nazionale, avrebbe fatto comodo anche al nostro Paese.

Ma se si comprende cosa non va oggi, quali sono i punti su cui intervenire, vi sono allora altre e più incisive pratiche che andrebbero adottate per uscire dalla depressione in cui siamo costretti da sei anni.

Il problema, se lo si vuole semplificare al massimo, è che in Italia c’è troppo debito totale (pubblico e privato), poca moneta (perché il sistema bancario ha ridotto il credito e lo Stato ha ridotto i deficit) ed un livello eccessivo e punitivo di tasse. Si deve mettere la moneta nelle tasche di famiglie ed imprese; il riacquisto di debito sovrano da parte delle banche centrali non porta un centesimo nelle tasche dei privati, ed anzi, abbassando i tassi, riduce anche il flusso d’interessi.

La soluzione migliore sarebbe quella, secondo cui, da un lato lo Stato dovrebbe poter ricomprare il proprio debito (attraverso la banca centrale od una banca nazionalizzata), abbattendo gli interessi sul debito stesso (risparmiando circa 60 miliardi di euro l’anno) e contestualmente, provvedere ad una riduzione delle tasse dell’ordine di 200 miliardi di euro all’economia reale (utilizzando i Certificati di Credito Fiscale, ad esempio), con l’obiettivo di aumentare i consumi e, parallelamente, migliorare la competitività delle aziende. Il più prestigioso ed illustre economista monetario, Mike Woodford si esprime in questi termini: “Occorre una creazione permanente di moneta tramite trasferimenti diretti a famiglie ed imprese che consistono in riduzioni di tasse, accoppiati ad acquisti addizionali di debito governativo, per cui i tagli di tasse vengono effettivamente finanziati con creazione di moneta”.

Non è fantasia; è la realtà che da sempre guida i paesi asiatici ed anglosassoni, che dopo la crisi del 2007, hanno messo in atto politiche atte a sostenere la domanda aggregata, proprio mentre in Europa, la Germania e la Troika, riuscivano ad imporre la follia suicida delle politiche di austerità il cui più grande risultato è espresso dal seguente grafico:

Tanto per dare un’idea della dimensione del fenomeno di cui stiamo parlando, ecco lo stimolo che la Cina ha prodotto a seguito della crisi del 2008:

La Cina ha prodotto uno stimolo monetario pari a 15.400 miliardi di dollari, quasi il doppio dello stimolo delle banche centrali di USA, Giappone, Inghilterra ed UE messe assieme.

Questo “alleggerimento quantitativo e qualitativo”, pur nei limiti evidenziati in precedenza, ha permesso nei paesi che l’hanno attuato, la messa in sicurezza dei mercati, del debito e del sistema bancario, rilanciando l’economia e riassorbendo la disoccupazione dopo la crisi del 2007, mediante il finanziamento di deficit governativi a doppia cifra.