Cari amici buongiorno. I fronti di guerra in Iraq e in Libia si sono surriscaldati e preannunciano nuove esplosioni di violenza. Per l’Italia sono prevedibili conseguenze sul piano della minaccia militare e terroristica, del blocco delle forniture energetiche e sospensione dell’attività delle nostre imprese in quelle aree, dello sbarco di centinaia di migliaia di africani ammassati in Libia, la destabilizzazione sociale e della sicurezza interna. 

A livello globale le nuove crisi sanciscono la fine sostanziale della Nato. La decisione della Turchia, membro di peso dell’Alleanza Atlantica, di inviare le proprie forze armate in Libia, sfidando gli Stati Uniti e l’Unione Europea, in aggiunta alla Russia, alle Nazioni Unite e alla Lega Araba, scardina ciò che resta di credibilità e affidabilità di una coalizione militare concepita nell’era della “Guerra fredda”. La frattura in seno alla Nato si evidenziò nel 2011 con la decisione del Presidente francese Sarkozy di sferrare la guerra in Libia e di far assassinare Gheddafi, con la complicità della Gran Bretagna, nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, dell’Italia e della Germania, costretti in un secondo tempo a serrare i ranghi. 

Così come nel 2011 Sarkozy si rivelò una scheggia impazzita, comunque eliminata dalla Storia grazie alla volontà popolare consentita dalle nostre democrazie, oggi il Presidente turco Erdogan emerge come l’uomo più pericoloso del Medio Oriente. Mentre in Libia scende sul campo di battaglia da solo contro tutti, sul fronte della guerra in Iraq e in Siria fino a estendersi al Golfo, la Turchia che è stata il principale sostenitore dei terroristi islamici dell’Isis, è attualmente di fatto schierata contro gli Stati Uniti e l’Unione Europea combattendo i curdi siriani e i curdi iracheni, e appoggiando militarmente il Qatar nel conflitto che lo oppone all’Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi. 

L’uccisione il 3 gennaio a Bagdad del generale iraniano Qassem Soleimani, comandante della Forza Al Qods, la divisione dei Pasdaran, le “Guardie della Rivoluzione”, responsabile delle operazioni estere, stratega ed esecutore della penetrazione militare e politica dell'Iran in Medio Oriente, è stata la reazione del Presidente americano Trump due giorni dopo l’assalto all’Ambasciata americana a Bagdad da parte di miliziani sciiti iracheni filo-iraniani. 

Quest’azione di guerra, di natura reattiva realizzata con un drone, da un lato sancisce l’avvento della guerra elettronica e robotica, dall’altro amplia il fronte della guerra dall’Iraq a tutto il Golfo, coinvolgendo l’Iran e l’Arabia Saudita, i due maggiori produttori di gas naturale e petrolio che si contendono l’egemonia dell’area in cui sono concentrate le maggiori riserve di idrocarburi al mondo, e interessando direttamente gli Stati Uniti, Israele, la Turchia, la Russia e, fatto inedito, la Cina. Dal 27 al 30 dicembre 2019 si sono svolte delle esercitazioni militari congiunte tra Russia, Cina e Iran nel nord dell'Oceano Indiano e nel Golfo dell'Oman, protrattesi per quattro giorni, denominate “Cintura di sicurezza marina”. Il Golfo dell'Oman è una via di collegamento fondamentale allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita quasi un quinto dei traffici di petrolio del mondo. Le manovre sono state un chiaro messaggio della Russia e della Cina, eccezionalmente unite su un fronte militare, dopo un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran, iniziato con la decisione di Trump di porre fine all’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama nel 2015 e di irrigidire le sanzioni all'Iran che hanno danneggiato gravemente l'export di petrolio e l'economia dell’Iran. 

Nei mesi di maggio e giugno 2019 gli iraniani hanno attaccato diverse petroliere in transito nelle acque del Golfo. Lo scorso settembre gli impianti petroliferi nel nord-est dell’Arabia Saudita sono stati pesantemente attaccati dai droni causando il blocco dell’estrazione di 5,7 milioni di barili al giorno sul totale di 10 milioni prodotti. Gli Stati Uniti accusarono l’Iran del più grave attacco militare alle installazioni petrolifere saudite. Contemporaneamente, da settembre a dicembre, in Iran è scoppiata una rivolta interna a causa dell’aumento del prezzo della benzina, con il pesante bilancio di circa 1.500 manifestanti uccisi, migliaia arrestati, più di cento banche, negozi e edifici governativi dati alle fiamme. 

In questo contesto di guerra, l’Italia, la cui politica estera è affidata a Luigi Di Maio, un giovane di 33 anni del Movimento 5 Stelle senza competenza ed esperienza, ha condannato di fatto Trump professando una neutralità tra gli Stati Uniti e l’Iran. In una nota, la Farnesina afferma che "gli ultimi sviluppi della situazione in Iraq sono molto preoccupanti. Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una pericolosa escalation culminata nell'uccisione del Generale iraniano Soleimani. L'Italia lancia un forte appello perché si agisca con moderazione e responsabilità, mantenendo aperti canali di dialogo, evitando atti che possono avere gravi conseguenze sull'intera regione. Nessuno sforzo deve essere risparmiato per assicurare la de-escalation e la stabilità". Ugualmente in Libia Di Maio ha fallito limitandosi a fare promesse e lasciando campo libero al decisionismo bellicoso della Turchia di Erdogan. Il futuro non preannuncia nulla di buono per l’Italia, l’Europa e il Medio Oriente.