Buongiorno amici. Oggi commemoriamo i nostri eroi vittime dell’attentato terroristico islamico di Al Qaeda a Nassiriya in Iraq sedici anni fa, il 12 novembre 2003, costato la vita a 19 italiani, di cui 12 carabinieri, 5 militari e 2 civili. Preghiamo per i cinque nostri militari gravemente feriti nell’attentato terroristico islamico nei pressi di Kirkuk nel Kurdistan iracheno rivendicato dall’Isis due giorni fa, domenica 10 novembre. Piangiamo l’assassinio del sacerdote cattolico armeno Hovsep Bedoyan e di suo padre nel distretto siriano di Busayra, in un attentato terroristico islamico rivendicato sempre dall’Isis ieri lunedì 11 novembre. 

Ma dobbiamo domandarci com’è possibile che l’Isis, dopo essere stata data per moribonda e dopo l’ingloriosa fine del suo fondatore il Califfo Abu Bakr al Baghdadi, rialzi la testa colpendo proprio i militari italiani e il principale rappresentante della Chiesa cattolica armena in territori controllati dai curdi. Ebbene ciò che emerge è che dietro ai tre eventi c’è la lunga mano del Presidente turco Erdogan, il burattinaio dell’Isis. Erdogan si conferma come il personaggio più pericoloso per la stabilità non solo del Medio Oriente ma anche della nostra Europa. 

Al Baghdadi è stato costretto a farsi esplodere lo scorso 27 ottobre dopo essere stato stanato nel suo rifugio da un corpo scelto di militari americani nel villaggio siriano di Barisha, a soli cinque chilometri dal confine con la Turchia e attualmente occupato dalle forze turche. L'Isis ha immediatamente annunciato di aver nominato come suo successore Abu Ibrahim al Hashimi al Qurashi, noto anche come Abdullah Qardash, un ex ufficiale dei servizi segreti di Saddam. Una tempestività che fa sorgere il dubbio che si trattasse di un evento atteso. Il sospetto è che la fine di Al Baghdadi sia stata un regalo di Erdogan a Trump, per avere in cambio mano libera nell’occupazione del territorio siriano a ridosso della frontiera turca, controllato dai miliziani curdi siriani, che erano riusciti a sconfiggere e a cacciare i terroristi islamici dell’Isis. 

La grossa preoccupazione di Erdogan è che l’eroica vittoria dei curdi siriani possa incentivare l’irredentismo dei curdi turchi, che rappresentano circa un quinto della popolazione della Turchia e sono principalmente presenti nella regione dell’Anatolia, che confina con i territori siriani e iracheni controllati dai curdi siriani e dai curdi iracheni. 

L’attentato dinamitardo contro i cinque militari italiani nei pressi di Kirkuk nel Kurdistan iracheno, domenica 10 novembre, territorio controllato dai miliziani curdi iracheni, e l’assassinio di un sacerdote cattolico armeno e di suo padre il giorno dopo nel distretto siriano di Busayra, nella regione di Deir ez-Zor sotto controllo delle forze curdo-siriane, entrambi rivendicati dai terroristi islamici dell’Isis, mirano chiaramente a danneggiare i curdi sia in Iraq sia in Siria. 

Al tempo stesso consentono ai terroristi islamici dell’Isis di rialzare la testa. Resta un’ultima riflessione. Perché hanno scelto di colpire gli italiani e non altri militari stranieri? Forse perché siamo più fragili sul fronte politico interno e sarà sufficiente questo attentato a indurre il governo italiano a ripensare la presenza dei nostri militari in Iraq? 

Cari amici, dobbiamo innanzitutto prendere atto che siamo in guerra. Una guerra scatenata da un insieme di Stati e gruppi terroristici islamici che convergono sull’obiettivo di destabilizzare e assoggettare al dominio del radicalismo islamico sia il Medio Oriente sia la nostra Europa. In questa guerra il nemico è già dentro casa nostra, nelle sembianze del terrorismo islamico dei tagliagole che ci uccidono fisicamente con le armi e dei taglialingue che ci opprimono politicamente con le moschee. E in guerra o si combatte per vincere o saremo sconfitti e sottomessi. Dobbiamo escludere l’ipotesi di rassegnarci alla sconfitta e alla sottomissione. Dobbiamo combattere per salvaguardare la nostra civiltà ed essere pienamente noi stessi dentro casa nostra.