La moda di lusso nell'islam è un business ma non emancipa le donne

(Il Giornale, 24 aprile 2016) - Parafrasando la massima di Fiodor Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”, è fondato concepire che la bellezza salverà l'islam? È immaginabile che l'aspirazione al bello delle donne islamiche costrette a occultare il proprio corpo in una gabbia di stoffa perché percepito come di per sé criminalizzante, anche semplicemente addolcendo le forme di questa prigione ambulante, possa tradursi nella loro emancipazione e di conseguenza nella liberazione dall'islam che considera le donne come antropologicamente inferiori rispetto all'uomo? Oppure l'esplosione della moda, sempre islamicamente corretta, è soltanto un colossale business rivolto alle donne più facoltose, che possono permettersi ogni lusso pur di differenziarsi dalla massa femminile condannata all'omologazione mostrandosi in pubblico con una severa e lugubre divisa che le avvolge dalla punta dei capelli alla punta dei piedi?      

La linea di moda “Chador”, lanciata da Nora Aldamer, 28 anni, di Riad; la Haal Inc., di Marian bin Mahfouz e e Nouf Hakeem, che a settembre presenterà a Palazzo Morando a Milano una stilizzazione della “abaya”, un pastrano nero che avvolge la donna lasciando libero solo l'ovale del volto; la principessa Adelah bint Abdullah ibn Abdulaziz, che promuove “Fashion Experience”, iniziativa per la valorizzazione delle donne stiliste saudite; Dolce e Gabbana, che hanno presentato la “Abaya Collection”, per compiacere le donne che, pur costrette a ottemperare agli intransigenti parametri della sharia, vogliono comunque distinguersi. 

La battaglia tra i fautori dell'ortodossia, che soprattutto in Arabia Saudita sono la quintessenza della monarchia wahhabita, movimento puritano islamico che condanna qualsiasi innovazione dell'islam, e i promotori di un riformismo che aspira alla modernità non solo materiale ma anche spirituale, dove la libertà è percepita come il traguardo da conseguire, ha contraddistinto la storia del Paese dove è nato l'islam con Maometto (La Mecca, 570; Medina, 632). 
Fu re Feisal (1906-1975), il sovrano che ebbe la capacità di modernizzare l'Arabia Saudita, a avviare l'emancipazione delle donne imponendo anche per loro la scuola dell'obbligo e il loro inserimento nel mondo lavorativo, anche se in ambienti separati. Re Feisal fu assassinato il 25 marzo 1975 da un nipote per una vicenda legata all'introduzione della televisione nel Regno, avversata dal clero wahhabita per il divieto di rappresentare le immagini degli esseri viventi prescritto da Allah nel Corano. 

Sarà capitato a coloro che rientrano in aereo dai Paesi islamici ortodossi vedere entrare in bagno delle donne completamente velate e uscirne con costosissimi vestiti alla moda. O imbattersi nei nostri negozi o nelle sfilate dell'alta moda in elegantissime signore islamiche che stravedono per le novità e acquistano a man bassa per poter eccellere in vanità al loro rientro in patria. Anche se lo potranno fare solo al chiuso delle quattro mura domestiche, di fronte ai familiari, ai parenti, al massimo tra amici strettissimi e fidatissimi. E ovviamente a condizione che i mariti, i padri, i fratelli siano compiacenti, se anche loro condividono un certo grado di libertà delle donne, almeno sul piano dell'abbigliamento.

In questo contesto la moda islamica emerge come una voglia di modernità, un'aspirazione alla libertà, ma soprattutto un colossale giro d'affari. Che di per sé va bene per la moda italiana che è particolarmente apprezzata anche dalle donne islamiche. Quindi certamente da promuovere. Ma da non confondere con la battaglia per l'emancipazione femminile e la liberazione dalla cultura maschilista e misogena contrassegnata dal detto di Maometto “la donna è manchevole sul piano dell'intelletto”. Per vincerla le donne dovranno investire nella ragione più che mettere mano al portafogli.