Grazie per il vostro invito e grazie a tutti voi per la vostra presenza.

Mi auguro che questa conferenza possa consentire a ciascuno di noi di avere gli strumenti indispensabili per meglio comprendere la tragedia cui stiamo assistendo e, allo stesso tempo, di riflettere su quello che dobbiamo fare per liberarci da una situazione in cui l'Europa non sa più dove andare né quale direzione prendere.

In breve, per discernere quale sia la verità che sola "ci renderà liberi."

Nel corso della mia vita la conoscenza della verità è stata un punto di partenza così come il motivo che mi ha legato al giornalismo per trentacinque anni prima di decidere di entrare in politica.

Sono nato musulmano, in una famiglia musulmana, in un paese a maggioranza musulmana: l'Egitto. Sono nato negli anni Cinquanta, in un periodo in cui in Egitto e in tutto il Medio Oriente si viveva e si pensava in modo laico e tollerante, grazie a una tradizione fortemente influenzata dalla presenza di comunità cristiane provenienti dall’Europa e da un cosmopolitismo che aveva portato a un rapporto di rispetto reciproco tra la maggioranza musulmana e le comunità cristiane ed ebraiche che erano parte integrante di questa società.

È per questo motivo che nel 1956, quando avevo quattro anni, mia madre non aveva esitato un istante a iscrivermi alla scuola  cattolica delle Suore Comboniane, una scuola italiana. Ho frequentato scuole italiane per quattordici anni, prima presso le Suore Comboniane successivamente nel collegio dei Padri salesiani.

Mia madre, una musulmana praticante e fervente mi ha dimostrato che era possibile essere musulmani e al contempo essere credibili e piacevoli. La sua credibilità, per me, era legata alla sua decisione di dedicare tutta la vita per garantirmi una migliore educazione in una scuola privata. E dal momento che mia madre aveva fatto questa scelta, pur continuando a credere nell’islam, non ho potuto fare a meno di sentirmi attratto dall'islam come religione.

Allo stesso tempo, ho conosciuto il cristianesimo, perché i miei insegnanti che erano suore, sacerdoti e laici cattolici, mi hanno dato una buona educazione con i valori forti e una concezione etica della vita, vale a dire incentrata sulla persona umana che deve godere di pari dignità e libertà, indipendentemente da fede, lingua o gruppo etnico di appartenenza. Queste testimonianze di fede cristiana, mi hanno gradualmente portato ad apprezzare il fascino del cristianesimo come religione.

Il fatto iniziale sul quale vorrei focalizzaste la vostra attenzione è che la mia attrazione per entrambe le religioni, l'islam e il cristianesimo, è stata determinata dalla testimonianza di fede. Sono state persone a essere la causa del mio interesse per la religione.

La distinzione tra la dimensione personale e la dimensione religiosa è essenziale. Oggi commettiamo molti errori, e ci siamo accampati su posizioni false e controproducenti, perché abbiamo lasciato che queste due dimensioni si sovrapponessero. Ad esempio, si sente spesso parlare di dialogo islamo-cristiano e di dialogo tra musulmani e cristiani, come se fossero due cose identiche. In realtà, si tratta di due atteggiamenti radicalmente diversi.

La dimensione religiosa è definitiva, perché la religione si riferisce a un pensiero sacro immutabile, inoltre l'azione di un profeta è una realtà immutabile nel tempo e nello spazio.

Viceversa, la dimensione personale è variabile perché subisce mutamenti nel tempo e nello spazio. Ognuno di noi esprime la specificità derivante dalla complessità del sostrato personale, rappresentato dalla famiglia e dalla comunità, sociale, educativo, economico, politico e anche religioso.

Ma nessuno di noi è una trasposizione automatica e acritica dei dogmi della fede. Ognuno di noi è la specificità di una sintesi che deve essere riconosciuta, rispettata e apprezzata e, naturalmente, questo vale anche per i musulmani.

Dobbiamo essere consapevoli della differenza tra queste due dimensioni, quella dogmatica e quella personale. Tanto più che, nel caso dell'islam, ci troviamo di fronte a una realtà peculiare.

Il cristianesimo è la religione di un Dio che si è fatto uomo e si è incarnato in Gesù Cristo. Siamo cristiani non perché crediamo in una dottrina, ma perché crediamo nella verità storica di Dio incarnato.

L’islam invece è la religione del Dio fatto libro, che si è, per così dire, "incartato" nel Corano. Per i musulmani, il Corano è Dio, è l'essenza di Dio, opera increata al pari di Dio, e per questa ragione, quindi, fede e ragione mal coesistono e sono difficili da conciliare.

Il cristianesimo, al contrario, è la religione che concepisce l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, dove la vicinanza tra l'uomo e Dio fa sì che fede e ragione siano parti della cultura cristiana. Si tratta di differenze sostanziali.

Anche se i musulmani credono in un solo Dio, il Dio dell'islam non ha nulla a che fare con il Dio cristiano.

La confusione tra la dimensione personale e la dimensione religiosa, soprattutto in Europa, ha portato a due tipi di errori.

Il primo è legato all’avanzata dell’ideologia del relativismo. Il relativismo diventa ideologia nel momento in cui i suoi seguaci rifiutano di valutare i meriti di un argomento o di sottoporlo a un’analisi critica, in modo tale che a priori – ed è questa la dimensione ideologica - tutte le religioni, tutte le culture e tutti valori sono considerati uguali indipendentemente dalla loro sostanza.

Il relativismo ci porta a porre tutto e il contrario di tutto sullo stesso piano e crea l'idea errata che per amare i musulmani come individui dovremmo abbracciare l'islam come una religione.

L'amore per il prossimo è il fondamento del cristianesimo che ritengo il fondamento della nostra comune umanità. Ma questo amore non ci deve condurre automaticamente a legittimare la religione del prossimo, soprattutto nel caso in cui, valutando i meriti della nostra religione, l’altra appare incompatibile con il rispetto della persona umana e con quei valori condivisi che Benedetto XVI definisce "non negoziabili". E questo perché rappresentano l'essenza della nostra comune umanità, dal momento che sono radicati nella convinzione che la vita è sacra e che la dignità dell'uomo è il cuore della costruzione sociale, e che il rispetto della libertà umana, in particolare per quanto riguarda la scelta della religione, è un pilastro della nostra civiltà.

Il secondo errore in cui si incorre è quello che ci conduce a temere che l'Europa possa cadere in una nuova forma di razzismo, per la quale condannare una religione corrisponderebbe  necessariamente a una condanna indiscriminata delle persone. Per questa ragione si teme che a partire dalla condanna dell'islam come religione, in quanto incompatibile con il rispetto dei diritti umani fondamentali, si finirà per condannare tutti i musulmani semplicemente perché l'islam è la loro religione.

Da qui la necessità di distinguere tra le due dimensioni. Possiamo parlare e vivere con i musulmani, pur rimanendo pienamente cristiani, senza relativizzare la religione cristiana e senza prospettiva e senza pensare che per amare il nostro prossimo dobbiamo mettere tutte le religioni sullo stesso piano.

Questo approccio è ormai ampiamente condiviso in Europa, dove si è affermato un modello di convivenza chiamato "multiculturalismo".

Al contrario, quella che chiamerei la "multiculturalità" è diventata ormai un dato di fatto. Questo significa semplicemente che le persone provenienti da diversi paesi, con religioni, culture e lingue diverse vivono nello stesso spazio fisico.

Il multiculturalismo, tuttavia, è un approccio ideologico, che vuole che il controllo di gruppi di diversa origine etnica, linguistica, culturale e religiosa possa essere attuato senza impostare i limiti di un’identità e di valori comuni, semplicemente offrendo in tutta generosità diritti e libertà senza chiedere in cambio il rispetto di doveri oppure il rispetto di regole comuni.

I multiculturalisti pensano che, per favorire il dialogo e agevolare la coesistenza, dovremmo presentarci come persone aride, incerte della nostra fede e della nostra identità, dovremmo negare le nostre radici ed evitare di far rispettare regole che si applicano a tutti. Ebbene, è proprio quando ci si presenta in questo modo che gli altri - i musulmani – iniziano a percepirci come una terra di conquista. E questa conquista è già in corso.

Tutto quello che accade oggi a livello internazionale è in realtà molto simile alla situazione che, all'inizio del VII secolo, ha portato all’islamizzazione del Mediterraneo meridionale e orientale. Attualmente, da una sponda all'altra del Mediterraneo, le comunità cristiane sono diventate il bersaglio della guerra santa islamica, legittimata dal Corano e rafforzata dal pensiero e dall’esempio di Maometto, con l’obiettivo di sradicare la loro presenza in modo permanente.

Dobbiamo innanzitutto conoscere la verità storica e la realtà.

Dobbiamo in primo luogo ricordare che nel corso dei primi sette secoli, tutto il Mediterraneo era cristiano. E’ solo a partire dal VII secolo, dopo guerre e massacri, che questi paesi e queste popolazioni si sono sottomesse all'islam. Ebbene, i cristiani e il cristianesimo erano in quei luoghi la "realtà autoctona". I cristiani del Medio Oriente ne rappresentano le radici profonde. Le loro chiese ne costituiscono la realtà viva.

Oggi, l’abbiamo dimenticato, e guardiamo ai cristiani dell'altra sponda del Mediterraneo come se si trattasse di una realtà che non ci riguarda, come se si trattasse di una questione interna a queste popolazioni e paesi oggi a maggioranza musulmana.

Stiamo commettendo un errore grossolano e duplice. Ci rifiutiamo di ammettere che la difesa del diritto alla vita e della libertà religiosa dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana corrisponde a proteggere un valore non negoziabile, un diritto umano fondamentale: farlo calpestare corrisponde in ultima istanza a legittimare l’arbitrario a livello internazionale, e infine ad affermare la legittimità di una inarrestabile guerra santa islamica sull'altra sponda del Mediterraneo.

L'altro errore consiste nel non volere vedere che quel che sta accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo è profondamente legato alla strategia che mira, in ultima istanza, all'islamizzazione dell'Europa.

Ci sono situazioni che dimostrano come l'islam possa soggiogare l'Europa di oggi, creando condizioni simili a quelle che hanno portato all’islamizzazione di una parte del Mediterranea nel VII secolo.

Il radicalismo islamico, l'estremismo e il terrorismo si celano in una rete sempre più fitta di moschee in cui si predica l'ideologia dell’odio, della violenza, della morte, dove la fede trova la propria massima aspirazione in un presunto martirio islamico, dove si trasformano le persone in robot della morte che legittimano la guerra santa islamica. Abbiamo scoperto, soprattutto a seguito del trauma dell'11 settembre 2001, che l'Europa, in particolare, e l'Occidente, in generale, sono diventati la nuova Mecca del radicalismo e del terrorismo islamico, perché qui costoro possono fare quello che non è loro concesso fare nei paesi islamici. E questo accade perché siamo sempre più profondamente e ampiamente scristianizzati, perché siamo diventati relativisti e laicisti "buonisti".

Questo "buonismo" è un altro approccio ideologico che ci conduce a pensare che il nostro rapporto con gli altri dovrebbe limitarsi a dare loro quel che chiedono, senza preoccuparci delle conseguenze.

Il "buonismo" si rivela come l'esatto opposto del bene comune, che è un parametro etico. La nozione di "bene comune" si fonda sulla consapevolezza del fatto che esistono dei diritti e dei doveri che si applicano sia a me che agli altri.  Tutto ciò è espresso in modo mirabile nell’esortazione evangelica "ama il prossimo tuo come ami te stesso", laddove l'amore per il prossimo e l'amore di sé si equilibrano tra di loro e laddove la ragione ci fa comprendere che se non amiamo in primo luogo noi stessi, se non siamo soddisfatti, non saremo in grado di offrire amore.

Prima di diventare Papa, in seno a una conferenza magistrale sull'Europa tenutasi a Roma nel 2004, l’allora Cardinale Ratzinger ha denunciato l'Occidente che odia se stesso. Ha spiegato che l'Occidente è più disposto a salvaguardare le credenze degli altri piuttosto che a difendere la propria fede, i propri valori e la propria identità. E nel caso specifico dell'islam, ha sottolineato come gli occidentali si risentano e condannino quando questa religione viene insultata, mentre invochino la "libertà di espressione" quando il cristianesimo, la Chiesa e il Papa vengono insultati.

In Europa, abbiamo potuto constatare con i nostri occhi quanto questa realtà sia vera quando la Corte dei diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa ha emesso una sentenza nei confronti dell'Italia in cui ordinava di affiggere i crocefissi nelle aule scolastiche . Tutti i governi dell'Unione europea hanno osservato un silenzio assordante, come se il divieto di affiggere un crocefisso non avesse nulla a che fare con l'Europa. Eppure, quando poco dopo la maggioranza degli svizzeri, nel pieno esercizio della democrazia in seno a uno Stato democratico, attraverso un referendum, si è espressa contro la proliferazione di minareti - e ribadisco che si trattava di un referendum sui minareti che non metteva in discussione l'esistenza delle moschee o della libertà religiosa per i musulmani (si trattava solo di vietare un simbolo identitario che è stato concepito come opposto al simbolo identitario del cristianesimo, ovvero crocifisso) - ebbene, tutti i governi dell'Unione europea, il presidente della Commissione europea, il presidente del Parlamento europeo e persino il Segretario Generale delle Nazioni Unite si sono sentiti in dovere di intervenire e condannare il risultato del referendum sostenendo che minacciava la convivenza tra cristiani e musulmani.

E’ evidente che nel momento in cui l'Europa si vergogna delle proprie radici giudaico-cristiane, svende i valori non negoziabili e tradisce la propria identità cristiana, finisce per essere sempre più dominata dall’ideologia islamica, che si traduce nel non dire nulla e non fare nulla che possa offendere la sensibilità dei musulmani.

Questo significa essere ossequiosi innanzi all'ideologia del terrorismo islamico che una volta ho descritto come "il terrorismo dei taglialingua", vale a dire il terrorismo di coloro che riescono a imporre il silenzio preventivo. Siamo arrivati al punto in cui la Commissione europea "proibisce" l’uso dell’espressione "terrorismo islamico", persino nel caso di atti terroristici perpetrati da musulmani che ne rivendicano la responsabilità in nome dell'islam, citando persino dei versi del Corano e detti e azioni di Maometto!

Si tratta di un’Europa timida, ossequiosa nei confronti di interessi che non la fanno essere se stessa, nemmeno a casa propria. Questa Europa ha persino paura di affermare la verità per proteggere la propria libertà.

Non dobbiamo dimenticare l'ammonimento che abbiamo letto nel Vangelo di San Giovanni: "Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi".

Si tratta di una Europa timida, sottomessa a interessi che le impediscono di essere se stessa a casa propria.

Il 12 settembre 2006 Benedetto XVI è stato duramente criticato dagli europei (che sono gli occidentali) e condannato da tutti i governi islamici per aver detto la verità storica in un discorso all'Università di Ratisbona, in Germania. Evocando le parole dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, ha detto che l'islam è una religione che è stata diffusa attraverso la spada. E' stato criticato in Europa per aver detto la verità e questo è avvenuto nel tentativo di salvare la libertà.

La tragedia è che non siamo più in grado di essere pienamente noi stessi, e non intendo in Afghanistan, Arabia Saudita o in Sudan, ma proprio qui in Europa.

In Europa, abbiamo paura di dire la verità. E questo accade perché abbiamo perso i nostri valori, le nostre radici e la nostra identità. Quindi dobbiamo prenderci cura innanzitutto di noi stessi. Non sono preoccupato per l'arbitrarietà islamica, l'arroganza, la violenza e il terrorismo. Sono preoccupato soprattutto per la nostra codardia, il vuoto e l'incapacità di fornire una risposta esauriente alla domanda fondamentale  “chi siamo?”. Se non sappiamo chi siamo, non possiamo né trovare la via da seguire, né definire il fine ultimo del nostro percorso.

Questa debolezza europea è ancora più evidente in un mondo dove la globalizzazione esiste solo nella realtà materiale. Mercati, mercati azionari, finanza, economia, commercio e così via sono globalizzati, mentre la parte spirituale del mondo moderno, compresi i diritti fondamentali degli individui, i valori non negoziabili e i principi giuridici che sono alla base dello Stato di diritto e che sono il fondamento della democrazia sostanziale, non sono globalizzati.

Questo abisso tra la globalizzazione materiale e la mancata globalizzazione della spiritualità rende l'Europa ancora più fragile, da un lato, perché è costretta a subire interessi materiali in un contesto in cui lo sviluppo e la felicità sono visti come la necessità di dover produrre e di consumare sempre più  e, dall'altro lato, perché l'Europa è fragile in termini di valori morali e di identità.

Tendenzialmente, sul piano economico, il rischio è che l'Europa diventi sempre più soggetta al dominio della nuova superpotenza nascente, la Cina capitalista-comunista. Infatti, quest'ultima è riuscita a creare, senza traumi, una simbiosi tra un regime comunista in ambito politico e un regime capitalistico nella sfera economica; e dato che sia il comunismo e il capitalismo riducono la persona umana a un produttore di beni materiali da consumare sempre di più, sono quindi in grado di andare d'accordo e possono essere facilmente combinati.

D'altra parte, l'Europa tende a diventare sempre più sottomessa all'arbitrio degli islamici.

Circa cinque mesi fa, il settimanale americano Time Magazine ha pubblicato in copertina una mappa del mondo senza l'Europa. L'articolo metteva in evidenza la curva discendente dei parametri economici e demografici in Europa, oggi, rispetto al secolo scorso, e osservava che gli esperti ritengono che l'Europa non sarà più in grado di risalire la china, ed è quindi destinata a scomparire.

L'articolo osservava che i tassi di natalità europei sono talmente al di sotto del tasso minimo che l'Europa non può più mantenere la sua popolazione nativa.

Il tasso minimo di natalità per un popolo è del 2,1%, il che significa che i genitori lasciano due figli alla generazione seguente. Tutti i 27 Stati membri dell'UE hanno tassi inferiori al 2,1%, alcuni, tra cui l'Italia, hanno tassi di natalità a partire da 1,34%. Questo rende evidente che nei prossimi 20-30 anni, salvo qualche evento miracoloso che ci farà risalire la china, noi italiani rischieremo di diventare una minoranza nel nostro paese in un contesto in cui aumenta il flusso immigratorio.

Dovremmo essere più buoni con noi stessi. Ed ecco ancora una volta la necessità di amare se stessi per amare il prossimo, come il Cardinale Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI, ha ammonito. Ha spiegato come l'Europa stia ingannando se stessa credendo che si possa amare il prossimo, odiando se stessa e non pensando al proprio benessere. Ebbene, il rischio ora è di finire per essere sopraffatti dalla nostra democrazia.

Un leader religioso turco ha recentemente affermato che l'islam trionferà in Europa perché i musulmani si insedieranno con mezzi democratici e riusciranno a sottometterla alla legge islamica.

Questo processo è reso più facile dal nostro atteggiamento. In Belgio, nella primavera del 2008 si è svolto un altro incontro in seno a una lunga serie di dialoghi interreligiosi con la partecipazione di una delegazione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (l'equivalente per il Vaticano di un ministero) e una delegazione di rappresentanti di cosiddette comunità islamiche di diversi paesi europei.

Al termine della riunione è stato emesso un comunicato che doveva rappresentare una svolta storica rispetto al principio di reciprocità. Fino a quel momento, la reciprocità era sempre stata intesa nel senso che così come i musulmani possono costruire moschee e praticare liberamente il loro credo in Europa, così sono  tenuti a rispettare la libertà religiosa dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana.

Tuttavia, il comunicato esprimeva un concetto diametralmente opposto a questo. Vi si leggeva: "I cristiani riconoscono la libertà religiosa dei musulmani in Europa e i musulmani riconoscono la libertà religiosa dei cristiani in Europa. "

E' come se il principio di reciprocità sia stato circoscritto all'interno dell'Europa, come se i confini del principio di reciprocità fossero stati ristretti alla sola Europa, come se fossimo arrivati al punto di dovere negoziare con i musulmani l'esercizio della libertà religiosa dei cristiani in terre cristiane. Questo è grave.

Il cristianesimo non è solo una questione di fede. Goethe definì il cristianesimo come "la lingua comune dell'Europa". Se dovessimo eliminare i simboli del cristianesimo dai paesi europei, non rimarrebbe molto.

Il cristianesimo è la pietra miliare di una civiltà che ha accolto l'eredità della filosofia greca e il diritto romano ed è stata in grado di plasmare una società libera e laica, perché la laicità del tipo, "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio", è parte integrante del cristianesimo, così come la solidarietà in libertà.

Università, ospedali e l'intero sistema sociale fondato sul principio di solidarietà verso i bisognosi affondano le loro origini nel cristianesimo ed esprimono l'anima del cristianesimo. Questo è il motivo per cui l'affievolirsi della fede cristiana e la crescente scristianizzazione in Europa e in Occidente non sono solo una perdita di fede, ma la fine della nostra civiltà.

La recente decisione di Benedetto XVI di creare un nuovo dicastero per rievangelizzare l'Occidente è un evento storico e significativo. Riconosce che l'Europa è ormai così secolarizzata che deve essere ri-evangelizzata. La scristianizzazione è anche una perdita della nostra civiltà e della nostra identità.

Ed è per questo che dobbiamo acquisire la consapevolezza che se non recuperiamo la certezza della nostra fede cristiana, la certezza dei valori non negoziabili, che si raggiungono anche attraverso la ragione e fanno parte della fede cristiana, perderemo non solo la fede cristiana, ma anche la nostra civiltà, la civiltà cristiana d'Europa.

Per avere un'idea della realtà che inesorabilmente affronteremo se non saremo in grado di liberarci da ciò, è sufficiente guardare la realtà storica di come le coste orientali e meridionali del Mediterraneo sono state de-cristianizzate e sottomesse all'islam da VII secolo in poi. E se non si vuole andare tanto indietro nella storia, facciamo un breve volo di meno di un'ora per vedere ciò che sta accadendo oggi in un'area europea, la parte di Cipro occupata dai turchi. Lì, chiese sono state profanate, alcune distrutte e altre trasformate in moschee. Ad alcuni cristiani è stato addirittura vietato di partecipare alla messa di Natale di quest'anno. Il fatto che l'Europa stia corteggiando la Turchia per farla diventare membro dell'Unione Europea è l'ennesima dimostrazione di come siamo diventati schiavi per paura dell'islamicamente corretto e di come inganniamo noi stessi corteggiando il nostro carnefice proprio nella speranza di salvare la nostra pelle.

Churchill ha criticato i governi europei che hanno ingannato se stessi immaginando che venendo a patti con Hitler avrebbero salvaguardato i propri Paesi e regimi o che per lo meno sarebbero stati mangiati per ultimi.

Oggi stiamo ripetendo lo stesso errore con gli islamici.

Il corteggiamento della Turchia da parte dell'Europa è in corso dal 1974, nonostante l'occupazione dell'esercito turco di una parte dell’Unione Europea – dato che Cipro fa parte dell'Unione Europea. Si tratta di un caso unico: un Paese il cui territorio è in parte occupato da un altro chiede all'occupante di partecipare e diventare parte della propria realtà e civiltà.

Se osserviamo la carta geografica vediamo che il 97% del territorio turco si trova in Asia. La Turchia non fa parte dell'Europa. Se dovessimo dare vita a  questo precedente,  guardando la mappa dovremmo dire che anche la Tunisia è parte dell'Europa e che l'Italia è parte dell'Africa, perché la punta più settentrionale della Tunisia è più a nord rispetto alla punta più meridionale dell'Italia, rappresentata dall'isola di Lampedusa.

La Turchia non ha nulla a che fare con l'Europa. Si tratta di una realtà sempre più islamizzata dove ancora oggi parlare del genocidio di un milione e mezzo di cristiani armeni è un crimine che porta diritto in galera, dove i diritti umani sono violati, dove sacerdoti e missionari cristiani sono stati uccisi in questi ultimi anni, dove l'esercizio della libertà religiosa da parte dei cristiani diventa sempre più difficile. Eppure non sembriamo in grado di affermare la verità e di comportarci come persone libere.

Il caso della Turchia è emblematico e dimostra che l'Europa non agisce per scelta, ma per paura. Non siamo in grado di essere noi stessi e siamo sempre più dominati dalla paura.

È per questo che dobbiamo in primo luogo e, soprattutto, essere protagonisti della verità e della libertà, dobbiamo essere in grado di affermare la verità e, quindi, preservare la libertà in casa nostra. Dobbiamo essere testimoni di fede e ragione, sottolineando che i valori non negoziabili, che sono non negoziabili in virtù della fede cristiana e della ragione, sono comuni a tutti, senza distinzione e non possono essere violati in alcun modo.

Lasciatemi aprire una parentesi per un momento per ricordare un recente caso che riguarda il Belgio e riguarda il velo integrale che copre il corpo e il viso ,conosciuto come "burqa", che ha nomi diversi, ma è essenzialmente una gabbia che imprigiona il corpo di una donna dalla testa ai piedi basandosi sull'idea che il suo corpo è peccato e in quanto tale deve essere nascosto alla vista degli uomini. Bene, ora siamo arrivati al punto che l'Europa si divide sulla legittimità del velo che copre i capelli e le teste delle donne musulmane ed è al tempo stesso un simbolo ideologico. Nei venti anni che ho vissuto in Egitto non c'erano donne velate nelle strade del Cairo. Le donne velate sono arrivate solo dopo gli anni Settanta quando, con la fine dell'ideologia laica e socialista del panarabismo, l'ideologia del panislamismo ha cominciato ad affermarsi, a crescere e diffondersi attraverso gruppi fondamentalisti islamici finanziati con i petrodollari sauditi. E oggi siamo divisi sul fatto che sia o meno legittimo per le donne musulmane circolare completamente avvolte nel velo!

Coloro che difendono il burqa islamico vogliono che in una democrazia si debbano rispettare le scelte specifiche culturali e religiose delle persone senza giudicarne il contenuto. Questa è chiaramente una nozione formale della democrazia che non approfondisce la sostanza stessa della democrazia.

[Il fatto che questo sta accadendo qui in Europa è particolarmente grave perché gli europei più di altri dovrebbero essere consapevoli del fatto che i nazisti e fascisti sono saliti al potere proprio utilizzando la dimensione formale della democrazia, ovvero le elezioni. Non hanno raggiunto il potere attraverso un colpo di Stato, ma attraverso la democrazia concepita solo nella sua dimensione formale.]

Se partiamo dal presupposto che esistono valori non negoziabili, compresa la dignità della persona umana, non possiamo fare alcuna eccezione in nome di una specificità religiosa o culturale. Se attraverso la nostra ragione laica troviamo che il velo integrale umilia le donne, affermando che i loro corpi non sono peccatori in quanto tali, non possiamo accettare che le donne vadano in giro completamente coperte con il velo in Europa, una terra di libertà e di democrazia.

Se relativizziamo i valori non negoziabili perdiamo la nostra civiltà e la nostra umanità.

Devono essere tracciate linee rosse che non devono essere valicate, senza eccezioni.

Il rischio è di trovarci nella stessa situazione della Gran Bretagna che, in nome del multiculturalismo e di una concezione relativista di religioni, culture e valori, si è spinta fino al punto di legittimare la presenza di corti islamiche sul proprio territorio e di concedere loro lo status di entità giuridiche  (con una connotazione specifica legittima nel diritto internazionale). Questi tribunali islamici operano seguendo i dettami della sharia, la legge coranica, anche se contrasta profondamente con i diritti umani fondamentali. Quindi gli inglesi riconoscono, sotto la loro giurisdizione, la presenza di una legge valida per i britannici e una valida solo per i musulmani e praticata nell'ambito della famiglia e delle leggi patrimoniali. Queste leggi permettono la discriminazione tra uomini e donne, qualcosa che non può essere tollerato secondo la legge britannica, ma è riconosciuto come legittimo dai musulmani. Hanno così creato uno Stato teocratico islamico all'interno del diritto britannico.

Ovviamente, questa realtà finisce per far implodere le società in cui le comunità islamiche si vedono non solo differenti, ma anche in conflitto con coloro che li ospitano. Prima o poi, questo conflitto degenererà in violenza.

Gli inglesi hanno aperto gli occhi troppo tardi. Il 7 luglio 2005 quattro giovani con cittadinanza britannica si sono fatti esplodere nel centro di Londra. Venivano considerati normali giovani, come tutti gli altri, ma era stato fatto loro il lavaggio del cervello nelle moschee della Gran Bretagna che li aveva portati a credere di essere soldati della guerra santa islamica impegnati a rovesciare il cristianesimo e la civiltà europea, di dovere essere fedeli allo Stato islamico piuttosto che alla civiltà britannica .

Questo è accaduto in Europa e non è un caso isolato. In realtà, è solo la punta di un iceberg e quando si vede la punta, si sa, l'iceberg è lì. Questo accade in tutta Europa ed è composto da una fitta rete di scuole coraniche e organizzazioni islamiche di assistenza sociale e finanziaria che in realtà sono bastioni del fondamentalismo islamico, dell'estremismo e del terrorismo nel cuore dell'Europa.

A partire dalla seconda metà degli anni  Novanta, decine di migliaia di combattenti islamici - sia europei di nascita sia immigrati residenti - hanno lasciato l'Europa per andare a partecipare alle lguerre sante in Afghanistan, Kashmir, Cecenia, nei Balcani, in Yemen e Somalia.  Questo processo ha  trasformato l'Europa nella loro terra promessa, perché qui sono in grado di fare quello che non sono autorizzati a fare nei paesi islamici.

Oggi la realtà del terrorismo islamico è una tragedia nella tragedia. Infatti, se i carnefici sono musulmani, gran parte delle vittime del terrorismo islamico sono anche musulmani e questo è il motivo per cui i governi islamici sono sempre più preoccupati per il terrorismo islamico che colpisce soprattutto all'interno dei paesi islamici e le cui vittime sono soprattutto i musulmani. A loro volta i cristiani vengono  indicati come obiettivi legittimi destinati a essere colpiti ed eliminati.

Per concludere, i cristiani oggi hanno una missione da compiere, e ognuno di noi ha un ruolo da svolgere in questa missione, che deve scaturire da dentro e nostre anime nel momento in cui diventiamo pienamente consapevoli della nostra identità. Dobbiamo farlo per raggiungere una condizione in cui siamo in grado di affermare la verità salvaguardando la libertà. E dobbiamo farlo recuperando la nostra capacità di affermare il primato della nostra fede cristiana senza relativismo.

Dobbiamo fare in modo di diventare costruttori di una civiltà in cui i valori non negoziabili e la certezza delle regole rappresentano  due pilastri principali. Queste regole devono servire da garanzia, ma anche da collante di tutti senza eccezione. Non vogliamo discriminare nessuno, ma non vogliamo autodiscriminarci, consentendo ad altri di fare quello che noi non avremmo mai fatto o potuto fare. E questo è, purtroppo, l'atteggiamento che sta prendendo piede in Europa.

Dobbiamo promuovere una corretta conoscenza della realtà e presentarla senza mistificazioni, pregiudizi o ideologie, in modo da rafforzare la nostra capacità di essere persone libere a casa nostra.

Non saremo credibili se ci manca la capacità di affermare la verità e il coraggio di dire che amiamo i musulmani, ma condanniamo l'islam come religione per via di quanto contiene il Corano e perché le azioni di Maometto erano e sono incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

Cominciamo ad acquisire la consapevolezza che affermare la verità salvaguardando la libertà è il primo passo di un lungo cammino che ci deve portare ad essere autentici testimoni della verità in una Europa che può offrire un futuro libero e dignitoso per tutti coloro che scelgono di venire a vivere qui, migliorandone la vita in un ambiente di fraternità e di amore, ma anche un ambiente in cui i valori non negoziabili e le regole devono valere per tutti, senza se e senza ma. Grazie.

 

L'Europe et ses racines face a la christianophobie rampante (Conférence a Paris organizer par "Tradition Famille Propriéte" et ''Chretiénté-Solidarité'') - 13 octobre 2012

Merci pour votre invitation, et merci à vous tous pour votre présence.

J’espère que cette conférence permettra à chacun d’entre nous de disposer de points de discernement pour comprendre la tragédie dont nous sommes aujourd’hui témoins et en même temps de réfléchir sur ce que nous devons faire pour nous libérer d’une situation où l’Europe se trouve incapable de savoir où aller ni quelle direction prendre.

Bref, discerner ce qu’est la vérité, qui seule "nous rendra libres".

Au cours de ma vie, la connaissance de la vérité a été un point de départ, et la raison même qui m’a entraîné vers le journalisme pendant trente-cinq ans, avant de me décider à rentrer dans la politique.

Je suis né musulman, dans une famille musulmane, dans un pays majoritairement musulman : l’Egypte. Je suis né au cours des années cinquante, à un moment où la façon de voir en Egypte et partout au Moyen Orient était essentiellement laïque et tolérante, grâce à une tradition fortement influencé par la présence de communautés chrétiennes européennes, et par un cosmopolitisme qui se traduisait par une relation de respect mutuel entre la majorité musulmane et les communautés chrétiennes et juives qui faisaient partie de cette société.

C’est pourquoi en 1956, quand j’eus quatre ans, ma mère n’a pas hésité un instant à m’inscrire dans l’école catholique des Sœurs comboniennes, une école italienne. J’ai fréquenté l’école pendant quatorze ans, d’abord chez les Sœurs comboniennes, puis au collège des Pères salésiens.

Ma mère, musulmane pratiquante et fervente, m’a montré qu’il était possible d’être musulman tout en étant une personne crédible et attrayante. Sa crédibilité, pour moi, était liée à sa décision de vouer son existence à m’offrir une meilleure éducation dans une école privée. Et puisque ma mère avait fait ce choix tout en croyant à l’islam, je ne pouvais m’empêcher d’éprouver une attirance pour l’islam en tant que religion.

En même temps j’en suis venu à bien aimer le christianisme parce que mes professeurs, qui étaient des religieuses, des prêtres et des laïcs catholiques, m’ont donné une bonne éducation avec des valeurs solides et une conception éthique de la vie, c’est-à-dire centrée sur la personne humaine en tant que jouissant d’une égale dignité et de liberté quelle que soit sa foi, sa langue ou son groupe ethnique. Ces témoignages de la foi chrétienne m’ont conduit à acquérir progressivement une fascination pour le christianisme en tant que religion.

Le fait initial sur lequel j’aimerais attirer votre attention consiste en ce que mon attirance pour les deux religions, l’islam et le christianisme, a été déterminée par ces témoignages de foi. Ce sont des personnes qui ont été la cause de mon intérêt pour la religion.

La distinction entre la dimension personnelle et la dimension religieuse est essentielle. Aujourd’hui nous faisons des erreurs, et nous campons sur des positions fausses et contre-productives parce que nous laissons ces deux dimensions se chevaucher. Par exemple, nous entendons souvent parler du dialogue islamo-chrétien et du dialogue entre musulmans et chrétiens comme si c’étaient deux choses identiques. En réalité, ce sont deux choses radicalement différentes.

La dimension religieuse est définitive, parce que la religion se réfère à un texte sacré et immuable et à la pensée et à l’action d’un prophète qui représente une réalité immuable dans le temps et dans l’espace.

A l’inverse, la dimension personnelle est changeante puisqu’elle se modifie dans le temps et dans l’espace. Chacun d’entre nous exprime une spécificité qui résulte de la complexité de nos propres itinéraires personnels, familiaux, communautaires, sociaux, d’éducation, économiques, politiques et même religieux.

Mais aucun d’entre nous n’est une transposition automatique et non critique des dogmes de la foi. Chacun d’entre nous est le sommaire d’une spécificité qui doit être reconnue, respectée et appréciée, et évidemment cela s’applique tout aussi bien aux musulmans.

Nous devons donc être conscients de la différence entre ces deux dimensions, dogmatique et personnelle. D’autant plus que, dans le cas de l’islam, nous nous trouvons confrontés à une réalité très particulière.

Le christianisme est la religion d’un Dieu qui se fait homme et s’incarne en Jésus-Christ. On est chrétien, non parce que l’on croit en une doctrine, mais parce que l’on croit en la vérité historique de Dieu incarné.

L’islam, au contraire, est la religion d’un Dieu fait livre, qui devient pour ainsi dire « in-textué » dans le Coran. Pour les musulmans, le Coran est Dieu ; il est de la substance même de Dieu, une œuvre incréée comme Dieu, et pour cette raison, donc, la foi et la raison coexistent mal et sont difficiles à réconcilier.

Le christianisme, par contraste, est la religion qui conçoit l’homme comme l’image et la ressemblance de Dieu, où la proximité entre l’homme et Dieu fait que la foi et la raison font partie intégrante de la culture chrétiennes. Ce sont des différences substantielles.

Bien que les musulmans ne croient qu’en un seul Dieu, le dieu de l’islam n’a rien à voir avec le Dieu des chrétiens.

La confusion entre la dimension personnelle et la dimension religieuse, particulièrement en Europe, conduit à deux types d’erreurs.

La première est liée à la progression de l’idéologie du relativisme. Le relativisme devient idéologie lorsque ses sectateurs refusent de jauger les mérites d’un argument ou de le soumettre à la critique, de telle sorte qu’a priori – et là se trouve la dimension idéologique – toutes les religions, cultures et valeurs sont considérées comme égales indépendamment de leur substance.

Le relativisme nous conduit à mettre sur le même plan tout et son contraire, et crée l’idée fausse selon laquelle pour aimer les musulmans en tant que personnes il nous faudrait aussi embrasser l’islam comme religion.

L’amour du prochain est le fondement du christianisme et je le tiens pour le fondement de notre commune humanité. Mais cet amour ne devrait pas se traduire automatiquement par la légitimation de la religion de son prochain, spécialement dans le cas où, en évaluant les mérites de sa religion, celle-ci nous apparaît incompatible avec le respect de la personne humaine et avec ces valeurs partagées que Benoît XVI qualifie de « non négociables ». Justement parce qu’elles représentent l’essence de notre commune humanité, vu qu’elles trouvent leur source dans la conviction que la vie est sacrée, que la dignité de l’homme est au cœur de la construction sociale, et que le respect de la liberté humaine, notamment en ce qui concerne le choix de la religion, est un pilier de notre civilisation.

La deuxième erreur où l’on tombe consiste à craindre que l’Europe s’inspire encore d’une forme de racisme, par lequel, en condamnant une religion, on finira nécessairement par condamner les personnes sans discernement. Ainsi, on craint qu'en commençant par condamner l’islam en tant que religion, parce qu’il est incompatible avec le respect des droits humains fondamentaux, on finira par condamner tous les musulmans du simple fait que l’islam est leur religion.

D’où la nécessité de distinguer entre les deux dimensions. Nous pouvons parler et vivre avec les musulmans tout en restant nous-mêmes pleinement chrétiens, sans relativiser la religion chrétienne et sans penser que pour aimer notre prochain il nous faut mettre toutes les religions sur un pied d’égalité.

Cette approche est aujourd’hui largement partagée en Europe, où un modèle de coexistence désigné comme le « multiculturalisme » s’est affirmé.

Par contraste, ce que j’appellerais pour ma part la « multiculturalité » est aujourd’hui une situation de facto. Cela signifie simplement que des personnes de pays différents, de religions, cultures et langues différentes vivent dans le même espace physique.

Le multiculturalisme, au contraire, est une approche idéologique qui veut que le contrôle de plusieurs groupes ethniques, linguistiques, culturels et religieux peut se faire sans fixer les bornes d’une identité et de valeurs communes et simplement en les dotant généreusement de droits et de libertés sans demander en contrepartie le respect d’obligations correspondantes ou l’observance de règles communes.

Les multiculturalistes imaginent que, pour encourager le dialogue et pour faciliter la coexistence, il nous faudrait nous présenter comme gens d’une terre aride, incertains de notre foi et de notre identité, qu’il faudrait nier nos racines et éviter d’affirmer des règles qui s’appliquent également à tous. Eh bien, c’est précisément lorsque nous nous présentons ainsi que les autres – les musulmans – nous perçoivent comme une terre à conquérir. Et cette conquête est déjà en marche.

Ce qui se produit aujourd’hui sur la scène internationale est en réalité très proche de ce qui, au début du VIIe siècle, a conduit à l’islamisation de la Méditerranée méridionale et orientale. D’un côté à l’autre de la Méditerranée, aujourd’hui, les communautés chrétiennes sont devenues les cibles de choix de la guerre sainte islamique, légitimée par le Coran et renforcée par la pensée et l’œuvre de Mahomet, visant à éradiquer leur présence de manière permanente.

Il nous faut tout d’abord connaître la vérité historique et la réalité.

Nous devons nous rappeler d'abord que pendant les sept premiers siècles, la Méditerranée tout entière était chrétienne. Ce n’est qu’à partir du VIIe siècle, après des guerres et des massacres, que ces pays et ces populations sont arrivés à la soumission à l’islam. Et pourtant, les chrétiens et le christianisme étaient dans ces endroits la « réalité autochtone ». Les chrétiens du Proche Orient constituent les racines profondes de ces pays. Leurs églises représentent leur réalité vivante.

Aujourd’hui, nous l’avons oublié, et nous regardons les chrétiens de l’autre côté de la Méditerranée comme s’ils formaient une réalité qui ne nous concerne pas, comme s’il s’agissait d’une affaire interne à ces peuples aujourd’hui majoritairement musulmans.

Nous faisons là une erreur grossière, et double. Nous nous refusons à reconnaître que la défense du droit à la vie et à la liberté religieuse des chrétiens dans les pays à majorité musulmane constitue la protection d’une valeur non négociable, un droit humain fondamental : le laisser piétiner finit par légitimer l’arbitraire sur le plan international, et

au bout du compte affirme la légalité d’une guerre sainte islamique qui ne s’arrêtera pas comme ça, de l’autre côté de la Méditerranée.

L’autre erreur, c’est de ne pas voir que ce qui se passe de l’autre côté de la Méditerranée est profondément lié à la stratégie qui vise en dernier ressort l’islamisation de l’Europe.

Il y a des situations qui révèlent comment l’islam peut subjuguer l’Europe d’aujourd’hui en créant des conditions semblables à celles qui ont provoqué l’islamisation d’une partie de la Méditerranée au VIIe siècle.

Le radicalisme islamique, l’extrémisme et le terrorisme se tapissent dans un réseau toujours plus important de mosquées où l’on prêche une idéologie de haine, de violence de mort, où l’on distille la foi en un prétendu martyre islamique, où l’on transforme les gens en robots de la mort en légitimant la guerre sainte islamique. Nous avons découvert, particulièrement depuis le traumatisme du 11 septembre 2001, que l’Europe et l’Occident en général sont devenus la nouvelle Mecque du radicalisme et du terrorisme islamique, parce qu’ici, ils peuvent faire ce qu’il ne leur est pas permis de faire dans les pays islamiques. Et cela se produit parce que nous sommes toujours plus profondément et plus largement déchristianisés et parce que nous sommes devenus des relativistes et des sécularistes « bien-faisants » – comme on dit « bien-pensants ».

Cette « bien-faisance » est une autre approche idéologique qui nous conduit à imaginer que notre relation aux autres devrait se limiter à leur donner ce qu’ils demandent sans nous soucier des conséquences.

La « bien-faisance » se révèle comme l’exact opposé du bien commun, qui est un paramètre éthique. La notion du « bien commun » est basée sur la conscience qu’il y a des droits et des devoirs qui s’appliquent aussi bien à moi qu’aux autres. Elle est bien exprimée dans l’exhortation évangélique à « aimer son voisin comme on s’aime soi-même », où l’amour du prochain et l’amour de soi s’équilibrent l’un l’autre et où la raison nous donne à comprendre que si nous n’avons pas d’amour en nous, si nous n’en sommes pas remplis, nous ne sommes pas capables de le donner.

Avant de devenir Pape, dans une conférence magistrale sur l’Europe donnée à Rome en 2004, le cardinal Ratzinger a dénoncé un Occident qui se déteste lui-même. Il expliquait que l’Occident est plus disposé à sauvegarder les croyances des autres qu’à défendre sa propre foi, ses valeurs et son identité. Et dans le cas concret de l’islam, il montrait comment les Occidentaux s’indignent et prennent une attitude de condamnation lorsque cette religion est insultée, mais invoquent la « liberté d’expression » lorsque le christianisme, l’Eglise et le Pape sont insultés.

En Europe, nous avons pu constater nous-mêmes combien cette réalité est vraie lorsque la Cour des droits de l’homme du Conseil de l’Europe a prononcé un jugement ordonnant à l’Italie de ne pas apposer de crucifix dans les salles de classe. Tous les gouvernements de l’Union européenne ont observé un silence assourdissant, comme si l’interdiction d’afficher le crucifix n’avait rien à voir avec l’Europe. Pourtant, lorsque peu de temps après une majorité de Suisses, dans l’exercice de la démocratie au sein d’un Etat démocratique, par le jeu d’un référendum, ont pris une décision contre la prolifération des minarets – et je précise qu’il s’agissait d’un référendum sur les minarets qui ne remettaient pas en question l’existence de mosquées ou de liberté religieuse pour les musulmans (il ne s’agissait que de bannir un symbole identitaire qui est conçu comme étant opposé au symbole identitaire du christianisme, le crucifix) – eh bien alors, tous les gouvernements de l’Union européenne, le président de la Commission européenne, le président du Parlement européen et même le secrétaire général de l’ONU se sont sentis obligés d’intervenir et de condamner le résultat du référendum en soutenant qu’il menaçait la coexistence entre chrétiens et musulmans.

Clairement, dès l’instant où l’Europe a honte de ses racines judéo-chrétiennes, brade les valeurs non négociables et trahit son identité chrétienne, elle finit par être de plus en plus dominée par l’idéologie islamique, ce qui se traduit par le fait de ne rien dire et de ne rien faire qui puisse blesser la sensibilité musulmane.

Cela signifie être obséquieux face à l’idéologie du terrorisme islamique que j’ai décrit naguère comme un « terrorisme coupeur de langue », c’est-à-dire le terrorisme de ceux qui parviennent à imposer le silence par avance. C’en est arrivé au point où la Commission européenne « interdit » l’utilisation du terme « terrorisme islamique », même au regard d’actes terroristes perpétrés par des musulmans qui en revendiquent la responsabilité au nom de l’islam, tout en citant des versets du Coran et les pensées et l’œuvre de Mahomet !

C’est une Europe timide, obséquieuse par rapport à des intérêts qui la rendent incapable d’être elle-même, chez elle. Cette Europe-là a peur d’affirmer la vérité afin de protéger sa propre liberté.

On ne doit pas oublier l’exhortation que nous lisons dans un passage de l’Evangile de saint Jean : « Connaissez la vérité et la vérité vous rendra libres ».

En Europe nous avons peur de dire la vérité. Et cela se produit parce que nous avons perdu nos valeurs, nos racines et notre identité. De ce fait, il nous faut d’abord nous soigner nous-mêmes. Je n'ai pas peur de l’arbitraire islamique, de l’arrogance, de la violence, du terrorisme islamiques ; je me soucie principalement de notre couardise, de notre vide, de notre incapacité à fournir une réponse cohérente à la question fondamentale de savoir « qui nous sommes ». Si nous ne savons pas qui nous sommes, alors nous ne pourrons pas trouver le chemin à suivre, ni définir la destination finale de notre voyage.

Cette faiblesse européenne est encore plus prononcée dans un monde où la globalisation n’existe que dans le domaine matériel. Marchés, bourses, finance, économie, négoce, etc. sont mondialisés alors que la part spirituelle du monde moderne ne l'est pas, y compris les droits fondamentaux des individus, les valeurs non négociables et les principes juridiques qui sous-tendent le règne du droit et qui sont le fondement de la démocratie réelle.

Ce hiatus entre la mondialisation matérielle et l’absence de mondialisation de la spiritualité fragilise encore davantage l’Europe. D’une part parce qu’elle est contrainte de se soumettre à des intérêts financiers dans un contexte où le développement et le bonheur sont considérés comme synonymes d’une production sans cesse croissante et d’une consommation elle aussi sans cesse croissante. Et d’autre part, parce que l’Europe est fragile en termes de valeurs morales et d’identité.

Quant à la tendance sur le plan économique, on voit l’Europe menacée de devenir de plus en plus soumise à la domination de la nouvelle superpuissance qui se lève, la

Chine capitaliste-communiste. De fait, cette dernière a réussi à créer, sans traumatisme, une symbiose entre un régime communiste dans la sphère politique et un régime capitaliste dans la sphère économique ; dès l’instant où le communisme et le capitalisme libéral sont tous deux réduits à concevoir la personne humaine comme un producteur de biens matériels capables de consommer toujours plus, ils peuvent s’entendre ensemble et se combiner sans frictions.

De l’autre côté, l’Europe tend à se soumettre toujours davantage à l’arbitraire des islamistes.

Le 8 mars 2010, l’hebdomadaire américain Time Magazine a publié en couverture une carte du monde sans l’Europe. L’article correspondant mettait en évidence la courbe descendante des paramètres économiques et démographiques en Europe aujourd’hui, comparés à ceux du siècle dernier, et note que les experts pensent que l’Europe ne pourra plus remonter cette pente descendante, mais est destinée à disparaître.

L’article note que les taux de natalité européens sont si éloignés du taux de remplacement des générations que l’Europe ne peut conserver sa population autochtone.

Le taux minimum de remplacement de la population est à 2,1 enfant par femme, ce qui signifie que les parents laissent derrière eux deux enfants pour la nouvelle génération. Chacun des 27 pays de l’Union européenne affiche un taux inférieur à 2,1 ; certains, dont l’Italie, ont des taux de natalité aussi bas que 1,34. Cela rend évident que dans les vingt à trente années à venir, sauf quelque événement miraculeux qui nous ferait remonter la pente, nous autres Italiens risquons de devenir une minorité dans notre propre pays dans un contexte où nous continuerons d’avoir une politique d’immigration bien-faisante.

Nous devrions être meilleurs pour nous-mêmes. Et revoilà la nécessité de s’aimer soi-même en vue d’aimer son prochain, ainsi qu’y exhortait, en tant que cardinal, Josef Ratzinger, aujourd’hui Benoît XVI. Il a expliqué comment l’Europe se leurre en pensant que l’on peut aimer son prochain sans s’aimer soi-même, et sans assurer son propre bien. Mais alors, le risque aujourd’hui est de nous voir submergés, à la fin, par notre propre démocratie.

Un leader religieux turc a déclaré récemment que l’islam triomphera en Europe parce que les musulmans la pénétreront par des moyens démocratiques et parviendront à la soumettre par la loi islamique.

Ce processus est facilité par notre propre attitude. En Belgique, au printemps 2008, une énième rencontre dans le cadre d’une longue série de dialogues interreligieux s’est tenue avec la participation d’une délégation du Conseil pontifical pour le dialogue inter-religieux et une délégation de représentants de prétendues communautés islamiques venant de divers pays européens.

A la fin de la rencontre on publia une déclaration qui était censée représenter un tournant historique par rapport au principe de réciprocité. Jusqu’alors, la réciprocité était comprise ainsi : de même que les musulmans ont le droit de construire des mosquées et de pratiquer leur religion en Europe, de même il leur est demandé de respecter la liberté religieuse des chrétiens dans les pays à majorité musulmane.

Cependant, le communiqué énonce un concept qui est diamétralement opposé à cela. Je cite : « Les chrétiens reconnaissent la liberté religieuse des musulmans en Europe. Les musulmans reconnaissent la liberté religieuse des chrétiens en Europe. «

C’est comme si les confins du principe de réciprocité avaient été réduits à l’Europe seule, comme si nous en étions arrivés au point où nous avons à négocier avec les musulmans l’exercice de la liberté religieuse par les chrétiens dans les pays chrétiens. C’est grave.

Le christianisme n’est pas seulement une affaire de foi. Goethe a défini le christianisme comme « le langage commun de l’Europe ». Si nous en venions à éliminer les symboles du christianisme des pays européens, il ne resterait pas grand-chose.

Le christianisme était la pierre d’angle d’une civilisation qui a volontiers accueilli l’héritage de la philosophie grecque et du droit romain et qui a pu donner forme à une société laïque et libre parce que la laïcité saine, du type « Donnez à César ce qui appartient à César et à Dieu ce qui appartient à Dieu », fait partie intégrante du christianisme, tout comme la solidarité dans la liberté.

Les universités, les hôpitaux et tout le système social fondé sur le principe de solidarité envers ceux qui sont dans le besoin trouvent leurs origines dans le christianisme et expriment l’âme du christianisme. C’est pourquoi le dépérissement de la foi chrétienne et la déchristianisation croissante de l’Europe et de l’Occident ne signifient pas seulement une perte de la foi mais la mort de notre civilisation.

La récente décision de Benoît XVI de créer un nouveau dicastère pour la ré-évangélisation de l’Occident est un événement historique, un événement phare. Elle prend acte du fait que l’Europe est désormais à ce point sécularisée qu’elle a besoin d’être ré-évangélisée. La déchristianisation, c’est aussi la perte de notre civilisation, de notre identité.

Et c’est pourquoi il nous faut être amenés à prendre conscience de ce que, si nous ne recouvrons pas la certitude de notre foi chrétienne, la certitude de l’existence de valeurs non négociables qui font partie de la foi chrétienne, mais que l’on atteint aussi par la raison, nous ne perdrons pas seulement la foi chrétienne, mais aussi notre civilisation, la civilisation chrétienne de l’Europe.

Afin d’avoir une idée de la réalité à laquelle nous devrons inexorablement faire face si nous n’arrivons pas à nous dépêtrer de tout cela, il suffit de regarder un fait historique : comment les rives orientales et méridionales de la Méditerranée ont été déchristianisées et sujettes à l’islam depuis le VIIe siècle. Et si nous ne voulons pas remonter aussi loin dans l’histoire, prenons un vol rapide, de moins d’une heure, pour aller voir ce qui se passe aujourd’hui dans une zone européenne, la partie de Chypre occupée par la Turquie. Les églises y ont été profanées, certaines sont détruites et d’autres ont été transformées en mosquées. Certains chrétiens y ont été empêchés d’assister à la Messe de minuit, à Noël en 2010. Le fait que l’Europe fait la cour à la Turquie pour qu’elle devienne membre de l’Union européenne est une énième manifestation de la manière dont nous sommes devenus esclaves par peur de l’islamiquement correct et par notre façon de nous tromper nous-mêmes, en courtisant notre bourreau dans l’espoir de sauver notre peau.

Churchill critiquait les gouvernements d’Europe qui se leurraient en imaginant que la négociation avec Hitler permettrait de sauvegarder leurs pays et leurs régimes, ou de n’être avalés qu’en dernier.

Aujourd’hui nous reproduisons cette erreur avec les islamistes.

La cour que fait l’Europe à la Turquie dure depuis 1974 malgré l’occupation par l’armée turque d’une partie de l’Union européenne – car Chypre fait bien partie de l’Union européenne. Dans le monde d’aujourd’hui, c’est vraiment un cas unique : un pays dont le territoire est partiellement occupé par un autre, invite l’occupant à le rejoindre et à faire partie de sa propre réalité et de sa propre civilisation.

Si nous regardons la carte, nous verrons que 97 % du territoire de la Turquie sont situés en Asie. La Turquie ne fait pas partie de l’Europe. Si nous devions créer ce précédent, alors – regardons encore la carte – nous devrions dire que la Tunisie fait partie de l’Europe et que l’Italie fait partie de l’Afrique, car le pointe la plus septentrionale de la Tunisie est plus au nord que la pointe la plus méridionale de l’Italie, à savoir l’île de Lampedusa.

La Turquie n’a rien à voir avec l’Europe. Il s’agit d’une réalité de plus en plus islamisée où même aujourd’hui, parler du génocide d’un demi million de chrétiens d’Arménie est un crime qui conduit directement en prison ; où les droits humains fondamentaux sont violés ; où des prêtres et des missionnaires chrétiens ont été tués au cours de ces dernières années ; où l’exercice de la liberté religieuse par les chrétiens devient toujours plus difficile. Pourtant nous semblons incapables d’affirmer la vérité et de nous comporter comme des personnes libres.

Le cas de la Turquie est emblématique et démontre que l’Europe n’agit pas par choix mais par peur. Nous sommes incapables d’être nous-mêmes et sommes toujours plus dominés par la peur.

Voilà pourquoi nous devons d’abord et avant tout être les protagonistes de la vérité et de la liberté ; nous devons être capables d’affirmer la vérité et ainsi préserver la liberté dans notre propre maison. Nous devons être témoins de la foi et de la raison en désignant

les valeurs non négociables, en vertu de la foi chrétienne et de la raison, qui sont communes à tous, sans distinction, et qui ne doivent être violées en aucune façon.

Laissez-moi ouvrir un instant une parenthèse, concernant la « burqa ». Tout au long des vingt années où j’ai vécu en Egypte, il n’y avait pas de femmes voilées dans les rues du Caire. Les femmes voilées ne sont arrivées qu’après les années soixante-dix où, pendant que mourait l’idéologie socialiste du pan-arabisme, l’idéologie du pan-islamisme commençait à s’étendre à travers des groupes fondamentalistes musulmans financés à coups de pétrodollars saoudiens.

Ceux qui prennent la défense de la burqa islamique soutiennent qu’en démocratie, il faut respecter les choix culturels et religieux des personnes sans porter de jugements sur leur contenu. Il s’agit à l’évidence d’une conception formelle de la démocratie qui ne cherche pas à approfondir la véritable substance de la démocratie.

Si nous acceptons qu’il est des valeurs non négociables qui comprennent la dignité de la personne humaine, nous ne pouvons faire aucune exception au nom d’une quelconque spécificité religieuse ou culturelle. Si notre raison nous fait estimer que le voile complet humilie les femmes en affirmant que leur corps est peccamineux en tant que tel, nous ne pouvons accepter que des femmes soient totalement voilées ici en Europe, terre de liberté et de démocratie.

Si nous relativisons les valeurs non négociables nous perdrons notre civilisation et notre humanité. Il faut tracer des lignes rouges au-delà desquelles il ne peut y avoir aucune exception.

Le risque, à défaut, serait de nous trouver dans la même situation que la Grande-Bretagne qui, au nom du multiculturalisme est allée si loin qu’elle a légitimé la présence de tribunaux islamiques sur son territoire. Ces tribunaux islamiques opèrent dans le cadre de la charia, la loi coranique. Ainsi les Britanniques reconnaissent, sous leur propre juridiction, la présence d’une loi qui vaut pour les Britanniques et une autre loi qui ne vaut que pour les musulmans et qui s’exerce dans le domaine des lois familiales et patrimoniales. Ces lois autorisent la discrimination entre hommes et femmes, une chose qui ne peut être tolérée en droit britannique mais qui est reconnue comme légitime par les musulmans. Ils ont ainsi créé un Etat théocratique islamique à l’intérieur de l'Etat de droit britannique.

Evidemment, cette réalité finit par faire imploser les sociétés où les communautés islamiques se voient non seulement différentes mais aussi en conflit avec l’hôte qui les accueille si volontiers. Tôt ou tard, ce conflit dégénère en violence, comme on l'a vu l'an dernier dans les émeutes à Londres et dans d'autres villes du Royaume-Uni.

Ou alors, le 7 juillet 2005, lorsque quatre jeunes hommes possédant la nationalité britannique se sont explosés dans le centre de Londres. On les considérait comme des jeunes ordinaires, mais ils avaient subi un lavage de cerveau dans les mosquées de Grande-Bretagne et ils avaient été portés à croire qu’ils étaient des soldats de la guerre sainte islamique voués au renversement du christianisme et de la civilisation européenne.

En vérité, il ne s’agit que de la pointe d’un iceberg – et lorsque l’on voit la pointe, on sait que l’iceberg est là. Cela se produit partout en Europe et consiste en tout un réseau d’écoles coraniques, d’organisations d’assistance sociale et financière islamiques qui sont en réalité des remparts du fondamentalisme islamique, de l’extrémisme et du terrorisme au cœur de l’Europe.

A partir de la seconde moitié des années quatre-vingt-dix, des dizaines de milliers de combattants islamiques issus de l’Europe – des natifs ou des immigrés résidents – sont partis pour rallier leurs guerres saintes en Afghanistan, au Cachemire, en Tchétchénie, dans les Balkans, au Yémen et en Somalie – un processus qui fait de l’Europe leur Terre promise car ici, ils peuvent faire ce qu’ils n’ont pas le droit de faire dans les pays islamiques.

Aujourd’hui, la réalité du terrorisme islamique est une tragédie au sein d’une tragédie. De fait, alors que les bouchers sont musulmans, une grande partie des victimes du terrorisme islamique sont aussi des musulmans et c’est pourquoi les gouvernements islamiques sont de plus en plus préoccupés par le terrorisme islamique : celui-ci frappe principalement à l’intérieur des pays islamiques et ses victimes sont majoritairement des musulmans, tandis que les chrétiens sont également désignés comme cibles légitimes qu’il faut frapper et éliminer.

Pour conclure, les chrétiens d’aujourd’hui ont une mission à accomplir, et chacun de nous a son rôle dans cette mission, qui doit surgir de notre âme alors même que nous assumons pleinement notre identité. Nous devons l’accomplir en atteignant un état d’esprit où nous soyons capables d’affirmer la vérité tout en sauvegardant la liberté. Et nous devons l’accomplir en recouvrant notre capacité à affirmer la primauté de notre foi chrétienne sans la relativiser.

Nous devons nous rendre capables de devenir les bâtisseurs d’une civilisation dont les valeurs non négociables et la certitude de l’existence de règles sont les principaux piliers. Ces règles doivent avoir valeur de garantie mais en même temps lier chacun, sans exception. Nous ne voulons discriminer à l’égard de personne mais nous ne voulons pas non plus nous discriminer nous-mêmes, en permettant aux autres de faire ce que nous ne ferions jamais. Et malheureusement, c’est cette attitude-là qui prend forme ici en Europe.

Nous devons promouvoir une connaissance correcte de la réalité et la présenter sans mystification, sans préjugés ni idéologie, afin de renforcer notre capacité à être des personnes libres dans notre propre maison.

Nous ne serons pas crédibles s’il nous manque la capacité d’affirmer la vérité, et le courage de dire que nous aimons les musulmans, mais que nous condamnons l’islam en tant que religion en raison du contenu du Coran, et parce que les actions de Mahomet étaient et demeurent incompatibles avec le respect des droits fondamentaux de la personne humaine.

Commençons par nous efforcer de nous rendre compte que l’affirmation de la vérité, tout en sauvegardant la liberté, est le premier pas d’un long voyage, qui doit nous conduire à être d’authentiques témoins de la vérité dans une Europe capable de construire un avenir libre et digne pour tous ses habitants, dans une ambiance de fraternité et d’amour.

Mais qui soit aussi une Europe où les valeurs non négociables et les règles doivent lier chacun, sans que soit tolérée la moindre exception.

Merci.

 

 

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