Capita di leggere spesso rapporti e documentazioni che hanno ad oggetto la condizione di profonda depressione che il nostro Paese sta attraversando.

Si parte sempre dalla disamina della condizione reale, poi ci si lancia in una affermazione o proposta di mutamento della condizione attuale (solitamente falsa e strumentale) e poi si articola tutto il rapporto su questa base di partenza fasulla.

Un esempio è il rapporto di Value Partners Management, una società di consulenza con ottima reputazione che dopo aver analizzato le dinamiche attuali del sistema economico del Paese afferma che “una delle cause principali dell’arretramento economico dell’Italia è la crisi strutturale del sistema produttivo. L’economia italiana si è avvitata in una spirale in cui si produce sempre meno: aumenta la fragilità delle imprese e quindi la concessione di credito da parte delle banche diventa sempre più rischiosa, con il corollario che il credito si contrae e fa contrarre sempre di più la produzione. Drammatico corollario a questo circuito vizioso è una perdita di posti di lavoro che appare senza fine.”

In questa premessa ci sono  considerazioni condivisibili ed altre meno: certo in Italia  si produce meno, certamente c’è una forte diminuzione dell’occupazione ma non ritengo che queste siano diretta conseguenza della scarsa capitalizzazione delle aziende produttrici.

Dunque la cura prospettata dal rapporto è: capitalizzare le imprese. Ma con i soldi di chi?

Con i soldi nostri ovviamente!! Infatti il rapporto suggerisce che valutando la ricchezza finanziaria degli italiani in 8.600 miliardi di euro e destinandone lo 0,5% (ovvero 40 miliardi) al sistema produttivo, le banche finalmente potrebbero “forse” tornare ad erogare credito perché garantite dai “nostri” soldi confluiti nel sistema produttivo agonizzante.

Ragazzi… ma di cosa stiamo parlando. Urge un breve ripasso.

Il sistema economico Famiglie-Imprese è un unico soggetto nel quale si scambiano beni e servizi a fronte dell’erogazione di somme di danaro come pagamenti. Gli attori del sistema Famiglie - Imprese possono scambiarsi il denaro ma non possono crearlo. Infatti, la facoltà di creare moneta spetta nel sistema economico attuale:

1 – allo Stato attraverso i deficit di spesa;

2-  al sistema bancario quando eroga finanziamenti;

3 – al surplus commerciale verso l’estero. 

Ora in una condizione come quella odierna, in cui la popolazione è impaurita, confusa, stordita rispetto al futuro ed alle proprie aspettative, in cui i consumi si riducono a livelli mai visti, in cui finalmente la bolla immobiliare ha appena iniziato a sgonfiarsi, vi sembra possibile che si possa anche solo pensare di convincere la popolazione ad imbarcarsi in una ricapitalizzazione del sistema imprenditoriale privato, fosse anche solo per lo 0,5% della ricchezza totale?

Attraverso quali strumenti sarebbe poi  possibile, per chi lo volesse, entrare nel capitale di aziende di 3-5 milioni di fatturato considerando anche  la forte componente familiare nella gestione aziendale.

Insomma anche in questo caso non si centra il problema, che poi è la discriminante chiave per risolvere qualsiasi situazione.

Il problema è che manca la moneta. Deve essere lo Stato come altre esperienze mostrano, a diminuire l’output gap che si è formato in questi anni di folle austerità e contenimento della spesa.

 

Non siamo noi italiani il problema dell’Europa, non lo sono i nostri lavoratori, le nostre piccole grandi aziende; ci fanno il lavaggio del cervello dicendoci che dovremmo fare come i tedeschi, essere come i tedeschi, ragionare come tedeschi.

Allora ecco come stanno le cose in Germania: un rapporto dell’Istituto del Lavoro dell’Università di Duisberg-Essen ha calcolato nel 2010 che più di 6,55 milioni di tedeschi ricevono meno di 9 euro lordi l’ora, due milioni e mezzo di lavoratori meno di 6 euro l’ora. L’Agenzia Federale del lavoro, in un rapporto pubblicato dalla Süddeutsche Zeitung,  ha rivelato che il numero degli occupati nei “mini-job” è aumentato di 1,6 milioni di persone. Significa che un occupato su quattro, nel motore economico europeo, rientra nella categoria “scarsamente retribuito”. A suffragio di quanto espresso, allego un grafico sul “costo medio per lavoratore” dal quale si comprende come gran parte dello sviluppo industriale in Germania sia avvenuto a scapito dei salari dei lavoratori:

 

Non c’è speranza per l’euro, neppure in Germania. E’ destinato a scomparire così com’è nato, riportandoci alla nostre valute nazionali. E’ della scorsa settimana la nascita di un movimento contrario alla moneta unica che per le prossime elezioni tedesche promette dura battaglia. I fondatori di Alternative fuer Deutschland , fra cui l'economista di Amburgo, Bernd Lucke, e l'ex presidente della Confindustria tedesca, Hans-Olaf Henkel, sono incoraggiati da un sondaggio apparso in questi giorni sul settimanale "Focus", secondo cui il 26% degli elettori saprebbe pronto a votare per un partito che sostenga l'uscita dall'euro. Non è chiaro se a uscire dovrebbe essere la Germania, o i Paesi deboli della periferia dell'Eurozona. «Vogliamo che i Paesi che non riescono a stare nell'euro o non vogliono possano uscire»

Finché non torneremo padroni della nostra politica monetaria non avremo nessuna possibilità.

Finché non abbandoneremo quest’Europa tecnocrate e lontana dalle persone non avremo possibilità.

Il fronte si allarga. La  speranza cresce. Restiamo uniti.

Viva l’Italia.

Viva Io Amo l’Italia