Renzi la smetta di far finta che la guerra non esiste: dissimulare la realtà non ci salverà

Quand’ero bambino a Parma, negli anni quaranta e cinquanta, c’erano solo alunni italiani nelle scuole, anzi quasi unicamente parmensi. Se a scuola c’era qualcuno in qualche misura “diverso”, ebbene quello ero io per il mio cognome sardo, inconsueto da quelle parti, e regolarmente frainteso. “Diverso”, poi, poteva essere in classe il ragazzo appena giunto dal sud, col suo accento per noi strano. Oppure quello esonerato dalle lezioni di religione, perché non cattolico. 

Io, alle medie, dividevo il banco con il figlio del pastore della chiesa protestante metodista. Cominciai con lui, a undici anni, a parlare delle differenze che c’erano fra noi, sulla religione. Da lui imparai in merito cose che nessuno mi avrebbe mai detto, men che meno gli insegnanti. Timidissimo, lui  ne parlava solo con me, anche perché io volevo sapere. In quella classe con tanti ragazzi vivaci ed estrosi, quel mio compagno era quasi invisibile. Pareva occultare la sua diversità, o quanto meno io percepivo in lui una sorta di nascondimento: un atteggiamento che fondeva l’orgoglio di una appartenenza da difendere col disagio di una diversità che lo isolava, più subita che gradita. 

Non ricordo, come e quando, entrò a far parte della classe un altro ragazzo più grande di noi, dall’aria seria e matura. Pareva già un uomo. Fu il primo, e rimase l’unico, con un cognome straniero, perché era di origine armena. Com’era successo che un armeno fosse arrivato a Parma? Allora non potevo sapere di un genocidio avvenuto nel 1915, ma che ancora per decenni sarebbe rimasto noto solo a pochi. A distanza d’anni, conobbi altri armeni. Citai loro il nome di quel non dimenticato compagno di scuola, poi perso di vista, e questa fu la chiave per l’apertura di un dialogo con persone non comuni. Cominciai così a conoscere la storia degli armeni e ad apprezzare, in quei rari incontri, quel loro orgoglio identitario e l’elevata cultura interiore, non esibita, che li distingueva. 

Senza capirne del tutto il perché, già da ragazzo associavo qualcosa di quel che percepivo nella storia di queste presenze “diverse”, con quel che mi avevano detto delle persecuzioni degli ebrei durante la guerra, da  poco conclusa. Alla scuola media ancora di olocausto non si parlava, ma dagli adulti di casa qualcosa avevo sentito. Mia madre rievocava al riguardo le parole dette dal mio nonno materno, proprietario terriero presso Parma, e in quanto “padrone” tutt’altro che politicamente “rosso”. Quando vennero promulgate le leggi razziali disse: “Se ora se la prendono con gli ebrei, allora siamo finiti nel baratro”. Ero troppo piccolo per poter capire la correlazione tra quelle persecuzioni e il “baratro”, ma il solo fatto che lo avesse detto il nonno, sintesi vivente di esperienza e cultura, mi pareva una verità che prima o poi avrei compreso. 

Avevo comunque cominciato ad imparare a scuola qualcosa che la vita avrebbe poi reiteratamente confermato. Seppi così delle persecuzioni dei primi cristiani, nella storia della Roma imperiale, e della vita nelle catacombe. A noi ragazzi, con l’esperienza ancora recente dei rifugi antiaerei sotterranei, in cui la gente si stipava durante i bombardamenti, sentir parlare di catacombe richiamava impressioni note di pericolo, di paura, di necessità di nascondersi. Era una lezione di storia che ci coinvolgeva. E che forse avremmo rivissuto. Rifacendomi alla mia esperienza di vita, mi pare che la gente non abbia mai finito di nascondersi. E fu così quando alla guerra fra nazioni nemiche, si aggiunse la guerra civile. 

Anche il periodo della Resistenza costituì per tanti un periodo di nuovi pericoli e nuove paure, in uno scenario di disorientamento e confusione. I valori civili e politici che mutavano e venivano sostituiti ai precedenti, prendevano il sopravvento più rapidamente di quanto tanta gente comune potesse comprendere, per scegliere coscientemente. Churchill osservò: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.” Qualcuno dissimulava o si nascondeva, quindi. Non era e non è una novità. 

Penso al dramma delle foibe, per tanto tempo nascosto, e alle migliaia e migliaia di profughi istriani e dalmati, trascurati o quasi disconosciuti dallo stato italiano. Sopravvissuti alle foibe carsiche, quanti sono stati sospinti nelle” foibe” della memoria. Il solo parlarne è disdicevole, e nemmeno sappiamo quanta parte di quella storia sia ormai definitivamente persa e occultata, per una rimozione pervicacemente imposta. E così continuiamo a nasconderci, a nascondere cose agli altri o peggio a noi stessi. Ancora oggi se non sei di una certa parte politica, quasi non hai diritto ad esprimere un’opinione o un dissenso. Mimetismo e conformismo ci perseguitano, ci sommergono. 

Ora i nuovi venti di guerra che soffiano dal califfato islamico verso l’Europa e, ahimè, verso l’Italia sempre più vicina al pericolo, suscitano nuove dissimulazioni e nuovi nascondimenti. C’è, persino al governo, chi nega l’esistenza della guerra. C’è chi si nasconde dietro le parole e vuole imporre una percezione della realtà che con la realtà non ha niente a che fare. E’ il nascondimento del “politicamente corretto”, la dissimulazione del “far finta che” le cose non stiano come stanno. Potrebbe finire che le cose stiano prima o poi così male, da indurci a fingere che stiano esattamente come prima, quando fingevamo che tutto andasse bene. Come si vede anch’io ci scherzo su e assolutamente non dovrei. 

Una recente lettura mi ha fatto pensare a possibili scenari di un’Europa prossima ventura, già immaginati dal romanzo di Michel Houellebecq , “Sottomissione”, in cui si immagina una Francia futura islamizzata, quasi attraverso un processo di progressiva sottomissione “dolce”, percepita e comunque volutamente ignorata, dissimulata, subita come ineluttabile, facendo finta che nulla stia accadendo. Ma il libro cui voglio accennare è un altro: scritto da Daniel Fishman è intitolato “Il grande nascondimento”. Sottotitolo : “La straordinaria storia degli ebrei di Mashad”. Vi si narra la storia, vera e documentata, di una comunità minoritaria  di religione ebraica, in terra islamica, appunto a Mashad nell’Iran orientale. Una comunità che prospera per oltre novant’anni in quella città, pur nei limiti e con gli umilianti condizionamenti che l’islam impone ai non musulmani, e agli ebrei in particolare. Ma a Mashad degli ebrei tutti hanno bisogno, perché si tratta di gente abile tanto nei commerci quanto nelle professioni che richiedono una competenza scientifica, come ad esempio nella medicina. Per quanto tassati e tartassati gli ebrei prosperano ed esercitano un loro specifico dissimulato e sommesso potere nella società. Vivono quindi in equilibrio fra una rispettabilità conquistata e l’altrui invidia, legata anche al pregiudizio religioso islamico che sfocia alla fine nell’odio manifesto. Nel 1839, utilizzando un pretesto incredibilmente banale, i detentori del potere, islamici sciiti, dovendo fronteggiare una serie di problemi politici ed economici aggrovigliati e ingestibili, non trovano di meglio che scatenare un pogrom antiebraico per procurarsi risorse e per dirottare le tensioni sociali su quelli che l’islam, dai tempi di Maometto, vede come i peggiori e più spregevoli fra i nemici. Era già successo e succederà anche dopo, come sappiamo. Il pogrom di Mashad  viene per così dire “nobilitato” da esigenze di difesa dell’islam, per cui agli ebrei viene imposto di convertirsi all’islam o morire. E qui, per farla breve, nasce una storia che ha dell’incredibile. C’è come sempre, chi si rifiuta di convertirsi e muore e chi si salva con la fuga, ma il nucleo più consistente di quella comunità ebraica trova e pone in atto una soluzione salvifica. 

Coniugando dissimulazione e nascondimento, gli ebrei si accordano fra loro per convertirsi in massa all’islam, rimanendo però segretamente ebrei nella religione e nei costumi. Si comportano quindi come musulmani in pubblico ed ebrei in famiglia, mettendo in atto una serie incredibile di accorgimenti atti a non far scoprire ai musulmani e alle autorità locali questo loro doppia esistenza. Minacciati per la loro vita, ne vivono due. Ovviamente, devono partecipare in pubblico ai riti e alle preghiere islamiche, devono sapere a menadito il Corano e rispettare tutta la complicata ortoprassia islamica per non farsi scoprire. In privato tramandano oralmente ai figli la Torà e i riti ebraici, perché i libri e gli oggetti della tradizione non possono più essere custoditi nelle case e quindi vanno occultati o distrutti. I bambini imparano a gestire un doppio comportamento religioso, sapendo qual è quello che per loro deve valere e interiorizzando convintamente i motivi per cui devono comportarsi in un modo coi musulmani e in altro modo in famiglia, al riparo da occhi e orecchie nemiche. 

In questa storia ovviamente non tutto andrà sempre liscio come si vorrebbe , ma  la comunità vive, sopravvive e recupera prosperità nel secolo e mezzo successivo all’anno del pogrom, fino a quando le vicende politiche del paese portano una svolta positiva sotto il regno della Shah Reza Pahlavi. Si viene così gradualmente a conoscere la vicenda degli ebrei di Mashad, una “comunità di memoria”, capace di conservare, con la memoria, la fede.

Oggi la presenza e le minacce dell’Isis contro Roma, pronunciate a breve distanza da noi, sulla costa libica, risvegliano preoccupate reminiscenze storiche e vicende che sembrano reiterarsi, diverse e pur simili. Purtroppo c’è ancora chi crede di poter fronteggiare il problema dissimulando, nascondendo e facendo finta che il problema “sia un altro”. Ma la storia di Mashad, al pari delle più fantasiose favole d’Oriente, rimane una straordinaria eccezione, unica e irripetibile. Oggi, invece, dovremmo finalmente aver maturato la coscienza della realtà in cui viviamo e il coraggio morale e civile  per smettere di nasconderci.