Legge di Murphy: i protocolli bersaniani e il peso del numero 17

Pronti via, finalmente è iniziato il primo giro di consultazioni per l’incarico a premier da Napolitano. Giovedì nel pomeriggio si svolgeranno anche le partite del 4 + 3 + 8, giocate sulla ruota della Camera e del Senato. Sono le elezioni dei quattro vice presidenti, dei tre questori e degli otto segretari per ogni camera, per un totale di una trentina di posti di “potere” parlamentare.

Ieri si è svolto il secondo passaggio, dopo quello delle presidenze delle camere, con l’elezione dei capigruppo per il PD (Zanda e Speranza), Lega (Giorgetti e Bitonci), PDL (Schifani e Brunetta), M5S (Crimi e Lombardi), scelta Civica (Mauro e Dellai) e Gruppo misto. Dopo di che nel pomeriggio c’è stata la prima riunione della conferenza dei capigruppo al Senato e alla Camera.

Una nota a margine sul Gruppo misto alla Camera: la riunione è stata presieduta da un politico lombardo di lungo corso, l’ex-dc Bruno Tabacci. I venti deputati che ne fanno parte – tra i quali sei del Centro democratico e cinque del Svp -  hanno eletto un altro ex-dc di lunghissimo corso come Pino Pisicchio ora nel Centro democratico. Nel gruppo ci sono anche nove deputati eletti con le insegne dei Fratelli d’Italia, giovane formazione che ha al suo interno gli ultimi esponenti (La Russa e Meloni) della destra missina. Agli osservatori esterni questa mesta riunione certifica la conclusione del ciclo di quella destra nata alla fine del ’46, per l’esattezza il 26 dicembre, nello studio di Arturo Michelini a Roma, che poi aveva avuto con Almirante un ruolo notevole nella politica italiana, che mai avrebbe immaginato che i suoi epigoni avrebbero perso la dignità della bandiera. Dopo l’MSI, i fasti di AN-PDL, che ha consentito loro di fare incetta di posti di potere, di ministeri e macchine blu, nel corso degli ultimi vent’anni, ora sono delle attempate ancelle, inglobate e dirette da furbissimi democristiani. Sic transit gloria mundi, diceva il poeta latino.

Invece, Pierluigi Bersani, il vincitore senza gloria delle elezioni e della battaglia al Senato di sabato scorso è carico al massimo, non vede l’ora di sperimentare lo studio a palazzo Chigi e tentare di formare un governo.

Molto più preoccupato è il vincitore vero delle elezioni del 25 febbraio, Beppe Grillo, che ha appena preso una scudisciata sulle natiche dal PD, per la questione dell’elezione del presidente del Senato.

Bersani, a sorpresa, ha schierato l’ex-magistrato Grasso, mentre Berlusconi ha preferito la continuità, riproponendo un pezzo della vecchia coppia di fatto Schifani-Fini, segno evidente che il suo ricovero al San Raffaele non è stato fatto per evitare la Bocassini.

Sabato mattina 16 marzo i senatori sono stati chiamati alla terza votazione, per il presidente del Senato, con questo risultato:

Grasso (PD) . . . . 120

Schifani (PDL). . . 111

Orellana (M5S) . .  52

Finocchiaro . . . . . . 2

Marin . . . . . . . . . . . 2

Casini . . . . . . . . .  . 1

Quagliariello . . . . .  1

Schede bianche . . 22

Presenti . .  .  .  .   311

Il regolamento prevede che alla quarta ci sia il ballottaggio tra i primi due candidati. L’esito è riportato nei verbali della seduta:

“PRESIDENTE: Proclamo il risultato del ballottaggio per l’elezione del Presidente del Senato:

Senatori presenti . . . . . . . . . . . . . . . .    313

Senatori votanti . . . . . . . . . . . . . . . . ..   313

Il senatore Grasso ha ottenuto voti .  .   137

Il senatore Schifani ha ottenuto voti  . .  117

Schede bianche . . . . . . . . . . . . .. . . . . .  52

Schede nulle . . . . . . . . . . . . . . .. .  . . . . .  7

Proclamo eletto Presidente del Senato il senatore Pietro Grasso.

(L’Assemblea si leva in piedi. Vivi, prolungati applausi dei senatori eletti nelle liste «Partito Democratico». Applausi dei senatori eletti nelle liste «Il Popolo della Libertà» e «Con Monti per l’Italia»).”

Così si legge sul verbale d’aula, gli applausi provengono dalla vecchia maggioranza della Trimurti (Monti-Bersani-Berlusconi).  Subito i trombettieri del regime esultano: radio, TG e grandi giornali inneggiano al modo di procedere di Bersani, al nuovo protocollo bersaniano di raccolta consensi nell’area grillina. In questo modo pensano di avviare lo sgretolamento del Movimento 5 Stelle, già gravemente colpevole di essersi dichiarato indisponibile a sorreggere un governo a guida PD.

Grillo tuona contro le defezioni dei suoi, salvo poi correggersi e gridare che è stata una manovra di palazzo, una trappola per il suo gruppo parlamentare, giovane e inesperto. Fatto sta che alcuni di loro fanno outing, come Vacciano e Fattori. Esce allo scoperto anche un gruppo di siciliani: Campanella, Giarruso e Bocchino.

A leggere l’ultimo nome, si è diffuso un certo panico: come, ancora lui, come avrà fatto a rientrare, chissà con quale escamotage dei subentri, con tutte quelle candidature multiple che il porcellum consente di fare a larghe mani. Invece no, non è Italo ma il più fresco Fabrizio, anche se quasi coetaneo.

Che cosa è successo al Senato? Forse, alcuni giovani senatori “grillini” hanno preso un abbaglio, favorito dai vecchi marpioni della politica; sono stati tirati dentro nel gioco delle presidenze, pensando che la scelta, tra Schifani o Grasso, fosse di tipo epocale.

Invece no, era solo tra due politici siciliani che stavano cercando di rimorchiare un altro gruppo di siciliani. I numeri sopra esposti confermano che almeno 22 del M5S hanno votato per uno dei due candidati al ballottaggio, in particolare per Grasso una quindicina.

Da non scartare l’idea di uno di loro, Gianluca Castaldi, di non entrare in aula. Grillo tuona dal blog: “La scelta tra Schifani e Grasso era impossibile. Si trattava di decidere tra la peste bubbonica e un forte raffreddore. La coppia senatoriale è stata decisa a tavolino dal pdl e pdmenoelle. I due gemelli dell’inciucio sapevano perfettamente che Schifani non sarebbe stato eletto”.

Intanto Bersani se la ride, ha vinto la prima battaglia, ma la guerra è ancora lunga.

Unica nota di colore è quella proveniente da un professionista di lungo corso della politica italiana come il sen. Roberto Calderoli che, dall’alto dell’esperienza più che ventennale di parlamentare leghista, era entrato la prima volta alla Camera nel ’92, rappresenta una sicura fonte di boutade per chi segue le vicende politiche.

Il tema proposto è molto serio, riguarda il numero diciassette, XVII in numeri romani, che notoriamente non porta bene, tanto che sovente viene saltato nella numerazione, ad esempio nelle corse automobilistiche non viene utilizzato.

Si sa che i politici sono molto attenti a queste cose, per cui l’intervento è ampiamente giustificato. Nel verbale della seduta, si legge:

“CALDEROLI: Domando di parlare.

PRESIDENTE: Ne ha facoltà.

CALDEROLI: Signor Presidente, non vorrei essere superstizioso, ma la XVII legislatura sta un po’ segnando il passo, quindi sarebbe stato meglio chiamarla forse XVI-bis per i nostri auspici per il futuro. Le Camere si sono insediate alle Idi di marzo, siamo nel 2013 e alla quarta votazione,

per il ballottaggio, abbiamo le schede viola: se ce la stiamo cercando… Vuol dire proprio che ce la cerchiamo!

(Applausi dai banchi del centrodestra).

PRESIDENTE: Senatore Calderoli, trovo molto spiritoso questo suo intervento, ma la superstizione non deve avere posto nei nostri lavori.”

In linea generale ha ragione Emilio Colombo, però non va neanche bene sfidare il fato. Il numero XVII è una specie di avviso, in agguato c’è sempre la legge di Murphy, che recita: “…se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo.”

Una evidente applicazione della legge di Murphy sono certamente i “protocolli bersaniani” che la sinistra ha adottato in questa legislatura.