Che tristezza l’Italia ridotta a chiedere l’elemosina agli emiri!

Dopo Monti ecco che anche l’attuale primo ministro, suo clone politico, si presenta negli stati del Golfo con il cappello in mano: “Venghino signori venghino, in Italia tutto è in vendita, dignità inclusa. Il prezzo? Un affarone! E, compreso nel pacchetto, c’è pure un museo di arte islamica per educare questi rozzi occidentali che pendevano dalle labbra di Oriana. Lo realizzeremo a Venezia, città la cui conquista vi è sempre stata a cuore. Problemi di spazio a Venezia? Certo, ma tanto la vostra produzione artistica non è propriamente vastissima. Di sculture e dipinti manco l’ombra, e le opere letterarie non richiedono che pochi scaffali. Per i tappeti, poi, bastano i pavimenti ed i muri.”

Che tristezza, la ex sesta o settima potenza industriale ridotta a chiedere l’elemosina. Passi per i nostri ex gioielli di famiglia come prestigiosi marchi della moda, o dell’industria meccanica, o del turismo, che ora battono bandiera americana, francese e tedesca: ma che anche la nostra compagnia di bandiera, con un forte valore simbolico per ciò che dell’Italia rappresenta, sia finita in mani estere, e quali mani!, è inaccettabile. All’Alitalia si aggiungono inoltre le Poste italiane, l’Eni, la Sace, tutti pregiati pezzi del Belpaese che rischiano di vestire la kefiah; e, nel privato, lo shopping continua con la squadra del Cagliari ma, soprattutto, con il MPS. Cosa volete, dopo che la banca più organica d’Italia ha finanziato la costruzione della moschea di Colle Val d’Elsa, un po’ di riconoscenza c’era da aspettarsela.

Ma siamo sicuri che, per gli emiri, ne valga la pena? Se, del resto, nessun altro si è voluto imbarcare in Alitalia, significa che il ritorno economico dell’investimento è probabilmente non remunerativo. Però, non è detto che il ROI sia l’unico parametro che stia a cuore ad Abu Dhabi e dintorni: il ritorno sarà certamente garantito sotto qualche altra forma che, ahimè, ben conosciamo.

La ex sesta o settima potenza industriale è oramai in miseria. Dopo che la prima Repubblica ne ha distrutto i biechi capitalisti grazie a dosi massicce di sindacalismo e cattocomunismo, la seconda, con l’euro, ha completato l’opera riducendo pure lo stato in bancarotta.

Noi che siamo la culla del diritto, la patria di geni che hanno contribuito in ogni campo dello scibile, noi che abbiamo inventato la carta moneta che è stato il catalizzatore dello sviluppo economico mondiale, ci stiamo umiliando a chieder soldi a chi ha concezioni dello Stato e della società che mai ci sono appartenute. Ma pecunia non olet, anche se il petrolio non è inodoro e neppure profumato.

Eppure quei petrodollari provengono da entità che tecnicamente non possono neppure essere definite Stati, in quanto colà la cosa pubblica non esiste, tutto è di proprietà delle varie famiglie reali. Così come non esistono i diritti, in particolare quelli dei lavoratori immigrati che provengono da Pakistan, Bangladesh o Filippine. Non parliamo, poi, dei diritti degli omosessuali, per i quali negli Stati islamici del Golfo è prevista anche la pena di morte: ma a noi va tutto bene, tranne quando i gay sono discriminati nell’odiata Russia. Odiata perché ha messo Marx in soffitta, per usare un’espressione del grande Indro, e perché si è messa di traverso nella drammatica vicenda siriana. Quindi niente capi di stato occidentali all’inaugurazione delle olimpiadi invernali di Sochi (ad eccezione del nostro primo ministro, che stavolta ne ha imbroccata una giusta), ma volete scommettere che non sarà così per i mondiali di calcio che nel 2022 si terranno in Qatar?

Non so se la (s)vendita di Alitalia (o di altri gioielli di famiglia) si concluderà. I dipendenti non ci stanno ad essere licenziati ben sapendo che li aspetterebbe una disoccupazione a vita, ed anche i compratori forse pensano che sia meglio valutare bene tutte le implicazioni del caso prima di impegnare ingenti capitali, soprattutto quando la perdurante crisi economica dell’Occidente rischia di contagiare anche i paesi più ricchi. Ma noi ci portiamo ugualmente avanti.

La prossima edizione del Festival di San Remo sarà particolarmente curata poiché cade nel 60° anniversario della televisione italiana e nel 90° della radio. Sono previsti ospiti importanti, italiani ed esteri. Tra questi ci sarà un certo Cat Stevens, più noto per la conversione all’islam radicale che per la una carriera di mediocre cantautore. Che, d’altronde, con San Remo ci sta come i cavoli a merenda. Siamo sicuri che il suo invito (ben remunerato e con soldi pubblici) non abbia alcun legame con la questua di Letta negli emirati?

Lenin diceva che l’Occidente avrebbe venduto ai comunisti persino la corda con la quale sarebbe stato impiccato. Poco ci è mancato, e se ci siamo salvati non è stato per merito nostro ma per il suicidio del nostro competitore. La corda che oggi stiamo (s)vendendo si chiama Civiltà. È una corda immateriale, ma va benissimo per impiccare la nostra anima collettiva. Una volta esisteva una cortina, detta di ferro. Al di là di essa c’era il nemico.

Oggi, invece, il nemico lo abbiamo in casa. Ed ha mille facce: relativismo, buonismo, finanza malata, Europa dei tecnocrati, quinte colonne. Dobbiamo renderci conto che stiamo combattendo una strana guerra, una guerra civile fredda. Noi occidentali liberi siamo in oggettiva difficoltà, non so se riusciremo ad avere la meglio. Ma, se un domani dovessimo ancora una volta uscirne vincitori, sarà perché avremo duramente combattuto, soprattutto culturalmente. Pericoloso illuderci che anche stavolta la dissoluzione dei nostri antagonisti ci leverà le castagne dal fuoco.