Egitto, venti di primavera?

Per la seconda volta, nel giro di due anni, la storia del Medio Oriente ha subito una brusca accelerazione.
Due anni fa le rivolte arabe, impropriamente o prematuramente definite “primavere”, hanno spazzato tutti quei regimi autocratici che tanto tranquillizzavano noi europei terrorizzati da Al Qaeda ed affiliati; oggi, quanto recentemente successo in Tunisia prima, quindi in Turchia ed ora in Egitto, ci lascia nuovamente di stucco.
Dopo avere coccolato i vari dittatori arabi, consentito loro di piantare le tende a casa nostra e, sempre a casa nostra, concesso loro di potere organizzare incontri con ragazze giovani e carine per convincerle a convertirsi all’islam, abbiamo dato armi ai ribelli affinché spazzassero quei regimi che qualche settimana prima consideravamo amici e gendarmi affidabili per la garanzia della nostra sicurezza.
Tutto l’Occidente, Usa ed Europa, ha due anni fa deciso che era ora di cambiare gendarme, ritenendo che il nuovo, nonostante più fanaticamente religioso o forse proprio per questo, fosse maggiormente in grado di proteggerci dal terrorismo.
Così ovviamente non è stato, però, a posteriori, possiamo dire che la scelta dell’Occidente si sia rivelata azzeccata: non certo per i motivi che l’avevano prodotta, ma per la piega che ultimamente hanno preso gli ultimi avvenimenti in quella zona del globo.
Come sappiamo, le rivolte di due anni fa erano state guidate soprattutto da elementi laici, mentre gli islamisti stavano a guardare ben sapendo che ne avrebbero presto raccolto i frutti.
Infatti, i regimi dittatoriali arabi avevano messo a tacere tutte le opposizioni laiche, che pertanto non avevano potuto radicarsi in quei paesi: gli unici luoghi ove era consentito riunirsi erano le moschee, ove la fratellanza musulmana ed i salafiti facevano numerosi proseliti tra le masse ignoranti e diseredate.
È quindi con grande facilità che le prime elezioni veramente libere dei paesi arabi sono state vinte con successo dagli islamisti, che avevano dalla loro parte l’appoggio quasi entusiasta di un’Europa schizofrenica e di un’America ormai palesemente filo islamica.
L’Occidente era da tempo convinto che, caduti i regimi dittatoriali, nei paesi islamici sarebbero andati al potere i partiti religiosi; tale convincimento era anche dovuto all’errata valutazione che in tanti facemmo riguardo le popolazioni musulmane, e cioè che la stragrande maggioranza fosse acriticamente d’accordo con le formazioni fondamentaliste e che ne condividesse l’obiettivo dell’instaurazione della sharia.
D’altronde i segnali andavano tutti in quella direzione, anche a giudicare dalle opinioni dei milioni di immigrati islamici in Occidente, quasi totalmente inintegrabili perché troppo segnati dall’imprinting subito nei paesi d’origine e perché inseriti in un contesto multiculturale impermeabile.
Invece, prima la Tunisia, poi la Turchia, quindi l’Egitto, hanno prodotto incontestabili evidenze sulla fallacità o, quantomeno, sulla superficialità delle conclusioni alle quali tanti di noi (me per primo) erano arrivati.
Negli stati del nord Africa ed in Turchia esiste, ed è questa la stupefacente novità, una componente laica della società che è presumibilmente maggioritaria, anche se in parte aveva votato per i partiti religiosi, anche se spesso per motivazioni non religiose.
È stato un bene, ripeto, contrariamente a quanto tanti di noi si sarebbero aspettati, l’aver favorito la democrazia nei paesi arabi: solo così si è potuto mettere alla prova i partiti religiosi, solo così essi hanno dimostrato quanto la loro ideologia fondamentalista sia incapace, in mancanza di idrocarburi od altre ricchezze naturali, di gestire il benessere delle popolazioni, ed in ogni caso di essere compatibile con la democrazia dei diritti. L’unica cosa che essi sappiano fare bene è riportare indietro l’orologio della Storia.
Ed è una fortuna che il maggior fallimento dei fratelli musulmani sia avvenuto proprio in Egitto; l’Egitto, infatti, oltre ad essere il paese arabo più popoloso, è anche la terra che ha visto nascere e prosperare la Fratellanza, ed il fallimento in casa propria è ancora più devastante: può essere paragonato solo al crollo del comunismo nel paese che ne fu la culla, la (fu) URSS.
Così come allo sgretolamento del comunismo nell’URSS conseguì quello dell’ideologia marxista in tutto il mondo, è probabile ed auspicabile che anche nelle teocrazie più o meno spinte del Medio Oriente si verifichi lo stesso fenomeno.
I quattordici milioni di egiziani che hanno prepensionato Morsi non ne contestano solo la gestione economica: chiedono anche, e subito, una nuova costituzione, profondamente laica e democratica.
Segnali altrettanto incoraggianti ci giungono da Turchia (ove la contestazione al premier non riguarda la gestione economica ma la volontà di islamizzare la società), Tunisia, e persino dal dimenticato Sudan; per non parlare dell’Iran, ove solo un formidabile apparato repressivo può garantire il potere agli ayatollah.
In queste ore la situazione egiziana è molto delicata ed incerta, tutto può succedere, le involuzioni sono ancora possibili: però, il corso della Storia lì è irreversibilmente mutato.
Mi spiace di trovarmi in disaccordo con quanti ritengono che sarebbe stato meglio sostenere i vari Mubarak, Gheddafi e Ben Ali. Sotto tali dittature, infatti, la protezione dei cristiani non era affatto garantita.
Prendiamo ad esempio l’Egitto di Mubarak (ma lo stesso vale per tutto il nord Africa): il famigerato articolo due della costituzione mai venne abrogato, costruire nuove chiese era di fatto impossibile, l’apostasia dall’islam era reato, i copti subirono terribili attentati, tra i quali alcuni – pare - organizzati dai servizi segreti del vecchio raìs.
D’altronde non è certo la Fratellanza che ha trasformato l’Europa in Eurabia, a quell’epoca i fondamentalisti che non si nascondevano finivano in prigione o sui patiboli: dobbiamo ancora continuare a preferire i vecchi dittatori che hanno ordito con successo il piano di islamizzazione dell’Europa dimostrato inconfutabilmente da Bat Ye’Or?
Pertanto, che non si dica che al Cairo, Tripoli o Tunisi si stava meglio quando si stava peggio.
L’Occidente incerto e tentennante, ben rappresentato da Obama e dall’insieme dei piccoli leader europei, che ha avuto un inaspettato ed insperato regalo dalla Storia, speriamo non dia l’ennesimo calcio ad una fortuna che potrebbe non ripresentarsi più a breve. Che Lepanto e Vienna insegnino.
E speriamo, infine, che la lezione egiziana ci aiuti a capire quale deve essere il nostro atteggiamento nei confronti della Siria, ove una vera democrazia, malgrado guidata dall’attuale famiglia al potere, potrebbe essere sostenuta dalla componente laica della politica, maggioritaria – ne sono convinto – anche in quella parte del Medio Oriente.