Se la Repubblica seppellisce il comunismo e il Corriere boccia l’accoglienza degli immigrati vuol dire che i poteri forti cercano consenso al centro

Due autentici macigni, nel giro di dieci giorni, sono stati gettati nello stagno immobile e maleodorante della sinistra. Non dai partiti di quello schieramento, bensì dalle espressioni di quei poteri forti che gli dettano la linea: i grandi (o meglio, grossi) quotidiani Repubblica e Corriere della Sera.

Il primo ha dedicato l’inserto “il Venerdì” uscito circa dieci giorni fa quasi esclusivamente al fallimento del comunismo, definita dall’autorevole editorialista Curzio Maltese “una delle più grandi e nobili e tragiche illusioni della storia umana”. Lo stesso inserto, nella pagina di copertina, sullo sfondo rosso sovietico di un irraggiante tondo con falce e martello, riporta il titolo “La grande illusione”. Andando avanti nella lettura di tutti gli articoli ed i commenti riportati nello speciale, sembra di sfogliare una copia di Panorama, piuttosto. All’insegna di un conformismo che più sovietico di così non si può, nei vari articoli che si succedono l’allegato al quotidiano analizza senza pietà, sia pure col linguaggio asettico dello storico, tutti i disastri causati dall’applicazione del pensiero di Marx senza neppure concederne le attenuanti generiche se non quella dei nobili ideali di cui erano certamente animati – secondo Repubblica - i compagni che sbagliavano.

Pensavo che uno shock del genere richiedesse un po’ di tempo per essere assorbito. Oggi (per chi scrive), invece, ecco il secondo macigno, ad opera del quotidiano di via Solferino, forse ancora più devastante del primo. Firmato da Angelo Panebianco con il titolo “Troppe ipocrisie sugli immigrati”, il fondo sembrerebbe uscito dalla penna di un’Oriana Fallaci nel suo giorno della bontà (ove la bontà non riguarda il contenuto, bensì lo stile). Riassumendo per chi non lo avesse letto, il bravo – detto senza ironia – editorialista del Corriere invita ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione con sano realismo. Sino ad ora – sostiene -, si è operato solo nelle ambiguità, ambiguità che “dipendono dal fatto che sembriamo incapaci, a causa di certe sovrastrutture ideologiche, di decidere una volta per tutte a quale criterio appendere la politica dell’immigrazione: la convenienza oppure l’accoglienza (il dovere di accogliere i meno fortunati di noi)”. Cosa ne consegue? “ Troppo spesso i due criteri vengono mescolati, l’immigrazione viene giustificata alla luce di entrambi. Se non che, si tratta di criteri fra loro in contraddizione. Ne deriva l’impossibilità di formulare proposte coerenti.” Pertanto, Panebianco non sembra avere dubbi: “L’accoglienza non può essere il criterio ispiratore di una seria politica statale. Perché si scontra con l’ineludibile problema della «scarsità »: quanti se ne possono accogliere? Qual è il tetto massimo? Quante risorse possiamo mettere a disposizione dell’accoglienza se la vogliamo decente? A chi e a quali altri compiti toglieremo queste risorse? L’unico criterio su cui è possibile fondare una politica razionale dell’immigrazione, per quanto arido o «meschino» possa apparire a coloro che non apprezzano l’etica della responsabilità, è dunque quello della convenienza, della nostra convenienza.”.

Ma Panebianco si spinge oltre il criterio della convenienza, chiedendosi: ” Di quali immigrati abbiamo bisogno? Con quali caratteristiche, con quali eventuali competenze?... domani potremmo avere bisogno di importare mano d’opera qualificata, per esempio in settori tecnici lasciati sguarniti dai nostri giovani”. Con estrema lucidità, prosegue il professore, “In quel caso, una politica dell’immigrazione lungimirante cercherebbe di attirare quel tipo di mano d’opera a scapito di altri tipi. Considerando inoltre che un Paese economicamente avanzato non può permettersi di importare troppa mano d’opera non qualificata. Oltre una certa soglia, non può assorbirla nei mercati legali, finendo così per favorire quelli illegali, gestiti dalla criminalità. Un effetto collaterale di una politica ispirata alla convenienza è che faremmo star bene anche gli immigrati che accogliamo”. Ci vuol tanto a capirlo?

Infine la conclusione, che non lascia il minimo spazio alle interpretazioni: “E poi ci sono altre considerazioni che dovrebbero entrare nelle valutazioni di chi decide la politica dell’immigrazione. Per esempio, certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo”.

Se quanto sopra non fosse ancora sufficientemente chiaro, eccovi accontentati: “È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quella proveniente dal mondo islamico. Quanto meno, questo dovrebbe essere un legittimo tema di discussione”.

Mi sembra superfluo ogni commento al fondo del professor Panebianco. Ma le domande che mi pongo sono altre. Soprattutto, mi chiedo: cosa sta succedendo a sinistra?

L’inserto del quotidiano Repubblica ed il fondo odierno del Corriere parrebbero slegati, casuali, ma io non ne sono sicuro.

Tira aria di elezioni, e la sinistra ha paura dell’ennesimo flop in condizioni di vantaggio come non mai negli ultimi venti anni: la destra è praticamente dissolta, Berlusconi fuori gioco, Grillo sulla difensiva, ma potrebbe non bastare: incombe sempre il partito dell’astensione. Pertanto, se perdura la tendenza al suicidio del Pd, manifestatasi soprattutto nell’affrontare i temi dell’immigrazione, con Bersani prima che metteva in cima all’agenda del suo ipotetico governo lo ius soli, e la Kyenge poi che ne ha ripreso il progetto in una situazione di crisi che non accenna a diminuire mentre gli sbarchi di clandestini sulle nostre coste continuano senza sosta, in assenza di freschi elettori immigrati un governo Pd che non sia di grande coalizione diventa sempre più improbabile.

Ecco che allora il braccio mediatico dei poteri forti, che aborrono l’idea di un’Italia fuori dall’Europa ma soprattutto dall’euro, cercano di correre ai ripari. Occorre tranquillizzare gli italiani sul problema dell’immigrazione, ma per farlo occorre prima deideologizzare la sinistra per farle inghiottire il rospo. Impresa non facile, dopo anni di collettivo lavaggio del cervello, ma tanto vale provarci.

La strategia prevede un primo livello di purificazione con la condanna definitiva del comunismo, che peraltro non richiede sforzi particolari per essere accettata anche da formazioni politiche alla sinistra del Pd. Ai centristi, però, potrebbe non bastare, ed ecco che la testata milanese cala l’asso con un colpo da maestro, per giunta in una giornata nella quale non sono in vendita alcuni prodotti concorrenti della destra. E non è un caso che il braccio editoriale dei poteri forti si affidi a due tra le migliori penne di punta di cui dispone. Conoscendo discretamente Panebianco non ho dubbi sulla sua onestà intellettuale, ma ho l’impressione che – sia pure inconsapevolmente – si sia reso complice di un piano elaborato da menti raffinatissime.

Certi editoriali dei due maggiori quotidiani della sinistra non sono la semplice esposizione del pensiero degli autori. Sono sentenze senza appello, lo affermo senza paradosso. Repubblica ha decretato la definitiva condanna del comunismo, e d’ora in poi nessuno dovrà sostenere il contrario. Il Corriere ha sancito l’esclusione dell’accoglienza come criterio alla base della politica immigratoria e, se in futuro tale posizione dovesse essere ribaltata dai fatti, per un bel po’ di tempo lady Disintegrazione Kyenge, lady Boria Boldrini ed i professionisti di varie onlus non avranno vita facile.

A questo punto resta soltanto da vedere se gli italiani si faranno ancora incantare dalle sirene della sinistra camaleontica e gattopardesca.