Analisi finanziaria – Perché l’Europa impone a noi cittadini di salvare le banche che falliscono

Diciamolo subito: questa Unione Europea che poggia sull’Unione Bancaria e sugli Accordi di Basilea 3 è fatta dalle banche, per le banche.

Con la votazione della Camera dei Deputati dello scorso 1 luglio, l’ordinamento italiano ha recepito, tra le altre misure votate, anche l’articolo 8 della legge di delegazione europea 2014 che prevede il cosiddetto ’bail in’, ovvero il salvataggio delle banche attingendo a risorse interne, con prelievi anche dai correntisti, e non più facendo ricorso al ’bail out’, il salvataggio dall’esterno tramite lo Stato.

La Camera ha approvato la legge di delegazione europea che con 270 voti favorevoli, 113 contrari (M5S e Forza Italia) e 22 astenuti.

La norma sul “bail in” stabilisce che dal 2016 i problemi degli istituti di credito andranno risolti dall'interno, non con interventi statali, ricorrendo ai depositi superiori ai 100 mila euro, oltre che agli azionisti e agli obbligazionisti meno assicurati.

Si sono dunque concretizzate le profetiche parole del Governatore Visco, quando in audizione al Senato aveva avvertito che le banche "dovranno adottare un approccio nei confronti della clientela coerente con il cambiamento fondamentale apportato dalle nuove regole, che non consentono d'ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori" .

Nello specifico, il recepimento della normativa europea in materia di salvataggio degli istituti di credito, completa quella che è la cosiddetta Unione Bancaria.

La crisi finanziaria iniziata nel 2007 ha palesato la necessità di armonizzare in tutta l'Unione Europea una nuova e più efficace regolamentazione delle attività bancarie e sulla vigilanza su tali attività. La crisi ha rivelato in particolare che, un'errata valutazione dei rischi da parte del settore bancario, può compromettere la stabilità finanziaria di interi Stati membri. Nel giugno 2012 il Consiglio europeo ha pertanto deciso di «spezzare il circolo vizioso tra banche e debito sovrano».

L’Unione Bancaria è stata la risposta che l’Europa delle banche ha messo in campo per salvare le banche stesse. Una risposta del tutto inadeguata perché graverà il settore privato già vessato da una imposizione fiscale insostenibile e da un livello di debito già oggi superiore al 120% del PIL, di un ulteriore peso, consistente nel concorrere al salvataggio degli istituti di credito in difficoltà

L’Unione Bancaria si basa fondamentalmente su tre pilastri: il Meccanismo di Vigilanza Unico (SSM) entrato in vigore nel 2013 ma operativo da novembre 2014, il Meccanismo Unico di Risoluzione delle Crisi (SRM) che entrerà in vigore nel 2016 e il Fondo Unico di Risoluzione (SRF) che sarà a regime dal 2025.

Cerchiamo ora di comprendere come questi tre pilastri concorrerebbero a rendere più stabile l’intero sistema bancario, che invece, a nostro avviso, resta estremamente vulnerabile dal momento che nessun limite è posto alle banche commerciali in merito alla capacità di creare moneta dal nulla mediante prestiti, quasi senza alcun limite..

Il primo pilastro dell'Unione Bancaria è un Sistema di supervisione sotto il controllo della BCE operativo nel novembre 2014; tale sistema prevede compiti di vigilanza diretta della BCE sulle banche europee più rilevanti (circa 130 in totale) e compiti di vigilanza decentralizzata delle autorità bancarie locali sulle banche meno rilevanti. (circa 6.000 in totale)

Il secondo pilastro dell'Unione Bancaria è rappresentato dal Meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie. Il Meccanismo unico di risoluzione (SRM) riguarderà le banche aderenti al Meccanismo di Vigilanza Unico (SSM) e prevede un accentramento della facoltà di decidere circa il salvataggio o il fallimento di una banca sotto la supervisione della BCE. L'efficacia di questo meccanismo è garantita dalla creazione di un fondo ad hoc, il Fondo Unico di Risoluzione SRF.

Infine c’è il terzo pilastro dell’Unione Bancaria che è rappresentato dal Fondo Unico di Risoluzione (SRF). L’accordo raggiunto prevede che gli Stati daranno vita ad un fondo “salva-banche” unico, finanziato con prelievi sugli istituti di credito a livello nazionale che poi confluiranno gradualmente in 10 anni in un unico fondo europeo. Il Single Resolution Fund (SRF) quindi prevede la creazione di un fondo unico di risoluzione che si doterà di circa 55 miliardi di euro in dieci anni e servirà al sistema bancario per rifinanziare gli istituti europei in crisi.

Fa sorridere l’idea di pensare di salvare il sistema bancario europeo con un fondo, che seppure chiamato in causa solo in ultima istanza, avrà una capacità di fuoco di appena 55 miliardi di euro, quando ad esempio, solo in Italia, l’attivo bancario supera i 4.000 miliardi di euro.

Le norme che disciplinano l'Unione bancaria sono volte a garantire che ogni risoluzione di crisi sia innanzitutto posta a carico della banca interessata e dei suoi azionisti - e in parte, se necessario, dei creditori dell'istituto; solo in ultima istanza potrà intervenire il modesto Fondo Unico di Risoluzione. Dunque, gli oneri connessi alle crisi bancarie saranno posti a carico, nell’ordine, degli azionisti, degli obbligazionisti e dei depositanti per le giacenze superiori a 100 mila euro. Nel complesso i privati dovranno necessariamente coprire le perdite della banca in default per un ammontare almeno pari all’8% degli attivi dell’istituto. Oltre tale soglia, interverrà in seconda battuta il SRF per un ammontare del 5% degli attivi della banca,;qualora dovessero necessitare di ulteriori risorse, i Governi potranno intervenire attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

La conclusione di questa breve trattazione legata al settore bancario è che in realtà, nessuna delle criticità che han portato alla crisi del 2007/2008 è stata minimamente rimossa, limitata o risolta.

Le banche commerciali possono oggi come allora creare moneta senza limiti , a costo zero mediante prestiti e finanziamenti. Nulla è stato fatto perché tali crediti erogati fossero destinati a specifiche attività produttive piuttosto che andare invece a gonfiare bolle speculative, finanziarie ed immobiliari.

Infine, ancora oggi, nessuna autorità bancaria a qualsiasi livello è in grado di gestire, controllare e se necessario limitare efficacemente la quantità di moneta in circolazione, la cui crescita sfugge a coloro che dovrebbero invece esserne i controllori.

Ora più che mai, c’è necessità di una completa riforma del mercato bancario, che ponga il servizio del credito a disposizione delle persone e non renda queste invece schiave della moneta, come accede oggi. Ma tutto ciò, in questa Europa delle banche , è assai complesso anche solo da ipotizzare; il nostro compito è quello di stimolare il dibattito, di illustrare vie alternative, praticabili e concrete, per liberare i popoli tutti dalla schiavitù del debito e della moneta.