L’Italia è il peggior paese avanzato al mondo a causa della globalizzazione economica e migratoria

Troppo spesso nei dibattiti e nelle discussioni, ci si perde su particolari, singoli aspetti, che impediscono di avere una visione globale del sistema.

Il grafico che segue è forse uno dei più chiari ed esaustivi che possano effettivamente rappresentare il degrado di un Paese come il nostro, avviato ad un inesorabile declino. Il grafico mostra il tasso di disoccupazione dal 1947 ad oggi. 

C’è da restar senza parole; siamo in una condizione PEGGIORE di quella del 1947.

Dal grafico si nota chiaramente che fino al 1971, data dell’abolizione degli accordi di Bretton-Woods, c’è una dinamica discendente del tasso di disoccupazione, mentre dopo il 1971, il trend è di tipo crescente. Nessuno dei successivi cambiamenti economico-sociali intervenuti nel corso degli anni seguenti, ha prodotto apprezzabili risultati sul livello occupazionale, al punto che oggi siamo al 13% (4% in più rispetto al 1947!).

Tuttavia, la gravità della situazione italiana, la si coglie osservando i dati relativi alla forza lavoro confrontata tra i vari paesi industrializzati dal 1972 ad oggi.

  

Siamo gli ultimi; in 40 anni il tasso di partecipazione della forza lavoro è passato dal 48,8 al 49% restando di fatto invariato, mentre nel resto delle economie si attesta ben sopra il 55%.

Vi sono delle differenze che influenzano il calcolo delle percentuali in esame relative a classificazioni che sono differenti per ciascun Paese, tuttavia ciò che non sfugge è come di fatto questo sistema di sviluppo basato sul debito, nato nel 1971 con l’abolizione degli accordi di Bretton Woods, non sia stato in grado di produrre posti di lavoro e dunque reddito da lavoro per i cittadini.

Alla mancanza di crescita del reddito come si è risposto? Con il debito erogato dal sistema bancario che a partire da quella data ha inondato l’economia reale.

Da quel momento in poi il mondo entrò gradualmente nell’era della globalizzazione: fiumi di moneta a debito han permesso l’esplosione del commercio globale ed il mantenimento di deficit esteri colossali.

La prosperità apparente dei paesi occidentali è stata sostenuta dagli anni '70 dall'esplosione del debito. Questo modello di vita rischia di collassare ora perché è diventato impossibile espandere ancora di più il debito.

Dal 1994 il World Trade Organization spinto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, iniziò a caldeggiare l'abolizione di ogni dazio e vincolo verso le importazioni dal Sudamerica Giappone, Turchia, Corea, Taiwan, Singapore, Thailandia, India, Cina, Malesia, Indonesia ecc...

Oggi, il tentativo di completare il quadro attraverso l’approvazione del TTIP è una minaccia diretta al cuore degli stati nazionali e dunque di noi tutti.

La teoria alla base del WTO, ispirata ad una logica demenziale, riteneva che, il “free market” , l’abolizione dei dazi e delle frontiere, avrebbero consentito a tutti i paesi del mondo di poter competere senza limitazioni nella creazione di beni e servizi, nella circolazione delle idee, dei capitali e della manodopera, realizzando un unico immenso bazar in cui tutti sarebbero stati meglio.

Più opportunità, più mercato, più profitti, più ricchezza.

Peccato che siano state solo illusioni, bugie!! imbastite ad arte per abbindolare le masse, raccontate dai politici, giornalisti, economisti così tante e tante volte da diventar vere alle orecchie di chi le ascolta.

Ad esempio, negli Usa, il risultato di questa follia chiamata “globalizzazione” è stato il seguente: dal 1973 in poi e con maggior forza dal 1994, il trend di creazione di posti di lavoro nell’industria (linea rossa) è andato scendendo a ritmi sempre maggiori; negli USA tra il 1990 ed il 2008 la metà dei posti di lavoro è stata creata dallo Stato, nella scuola e nel settore assistenziale. L’industria privata ha invece subito un vero e proprio tracollo.