In Italia serve una rivoluzione culturale per liberarci dalla dittatura finanziaria che ci impone il globalismo e l'eurocrazia

(Il Giornale, 10 settembre 2017) - Mentre ancora non sappiamo quando si voterà, né con quale legge elettorale e neppure quali saranno le liste che parteciperanno, abbiamo però la certezza che  l'europeismo e il globalismo hanno già vinto.

È vero che i problemi non hanno colore politico e che le soluzioni che si ispirano al pragmatismo e al buonsenso non sono di destra, di centro o di sinistra. Tuttavia il fatto che oggi tutti i partiti che competono per il governo del paese propongono le stesse scelte politiche, si deve al fatto che a ispirarli non sono più le ideologie ma la salvaguardia o la conquista del potere. Ad esempio Renzi ha recentemente assunto in tema di accoglienza dei cosiddetti «migranti» una posizione del tutto simile a quella di Salvini, mentre Salvini, Di Maio e la Meloni non parlano più di uscire dall'euro.

Di fatto a ispirare queste scelte è il sondaggio, l'unico vero dio al cui cospetto tutti i partiti si prostrano. A secondo di ciò che il sondaggio consiglia per accaparrarsi il consenso popolare, i partiti virano spregiudicatamente a destra, al centro o a sinistra. Quest'approccio è fortemente condizionato dal fatto che i partiti sono, dal punto di vista finanziario, delle società fallite che hanno un bisogno vitale di accrescere i loro sempre più scarsi introiti per fronteggiare le uscite che invece restano invariate specie nelle campagne elettorali. E per incamerare più soldi bisogna espandere il proprio potere conquistando più voti, che porta ad affidarsi all'orientamento del sondaggio.

In parallelo dobbiamo prendere atto che a partire dal novembre 2011, con l'imposizione di Monti alla guida del governo sotto la regia di Napolitano, estromettendo Berlusconi a suon di impennate dello spread, in Italia si è di fatto imposta una dittatura finanziaria che ha spogliato di contenuto la democrazia.

La conseguenza è che oggi tutti i partiti, pur di conquistare il potere, si sono adeguati alle opzioni consentite dalla strategia del vero potere forte che governa le sorti del mondo: la grande finanza speculativa globalizzata che in Europa si manifesta tramite l'eurocrazia. Piaccia o meno il contesto in cui operano tutti i partiti è l'europeismo e il globalismo che impongono il primato della macro-dimensione, che fagocita e annulla gli Stati nazionali, le micro imprese, le banche locali, i piccoli comuni, la famiglia naturale, le comunità e i popoli depositari di identità consolidate, le culture che sostanziano la specificità della tradizione. Al di là delle intenzioni espresse dai partiti, la prospettiva sarà comunque un Nuovo Ordine Mondiale che mette al centro la moneta, la finanziarizzazione dell'economia, il concentramento delle attività produttive in seno alle multinazionali, la digitalizzazione di ogni minimo dettaglio della nostra vita riducendo ciascuno di noi a un codice gestito dalla Rete, una umanità meticcia in cui gli individui saranno trasformati in semplici strumenti di produzione e di consumo della materialità.

Eppure ci sarebbe una straordinaria opportunità di raccogliere il consenso di tanti italiani, che a mio avviso sono la maggioranza, che preferirebbero di gran lunga riscattare pienamente la nostra sovranità e salvaguardare la civiltà millenaria dalle radici ebraico-cristiane, greco-romane, umanistiche e illuministiche che ha fatto grande l'Italia, incentrata sulla vitalità e creatività della micro-dimensione dei tantissimi comuni, imprese, banche, famiglie e singole personalità di un talento ineguagliabile. Per riscoprire e valorizzare l'alternativa della micro-dimensione, che potrebbe fare dell'Italia il paese numero uno al mondo sul piano della qualità della vita, serve un'autentica rivoluzione culturale.  

Personalmente continuerò a impegnarmi in un ambito culturale per dare un contributo che illumini le menti e fortifichi gli animi. Parteciperò da elettore alle elezioni politiche votando i soggetti più sensibili a questa alternativa, ma non sono interessato a un seggio in Parlamento.  

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