La Chiesa e i governanti relativisti che vogliono a tutti i costi le moschee prestino ascolto alla disperazione della madre di un mancato terrorista islamico suicida

Hayet Saadi, un’insegnante tunisina di scuola elementare, e suo marito ingegnere agricolo, cominciarono a preoccuparsi circa un anno e mezzo fa quando il figlio Aymen, di appena 16 anni, cominciò a frequentare assiduamente la moschea cinque volte al giorno. A casa lui cominciò a parlare di Jihad, intesa come guerra santa islamica, di partire per la Siria per combattere al fianco dei ribelli che vogliono prendere il potere scalzando il regime di Assad. Lo scorso 30 ottobre la polizia circondò ed assaltò l’abitazione della famiglia Saadi a Zaghouan e procedette alla confisca del computer e del cellulare di Aymen, prelevando il padre al commissariato. Quel giorno un terrorista suicida si era fatto esplodere in uno stabilimento balneare a Sousse, mentre Aymen era stato bloccato un attimo prima che si facesse esplodere tra un gruppo di turisti al mausoleo del fondatore della Repubblica tunisina, Habib Bourghiba, a Monastir.

La storia raccontata ieri dall’International New York Times, illustra il ruolo delle moschee gestite dai salafiti, intransigenti esecutori del verbo coranico, nel lavaggio di cervello dei giovani tunisini. Si stima che ci siano migliaia di giovani tunisini trasformati in aspiranti terroristi suicidi dopo la ribellione che ha rovesciato il potere del presidente laico Ben Ali, enfaticamente ribattezzata la Primavera araba, andati a combattere in Siria, Iraq, Libia, Algeria e Mali per dare il loro contributo alla riesumazione della Umma, la Nazione islamica. Aymen ricevette l’ordine di farsi esplodere al mausoleo Bourghiba da un dirigente della rete del terrorismo islamico in Libia, dove si era recato per poter proseguire in Siria attraverso la Turchia.

La Tunisia era considerato il Paese più laico di tutto il Medio Oriente, dove per non frenare la produzione durante il mese del digiuno islamico, il Ramadan, Bourghiba si mostrò in televisione mentre beveva, così come è stato il Paese dove le donne hanno goduto di diritti civili paragonabili a quelli vigenti in Europa. Ebbene, dopo la proliferazione delle moschee sin dall’epoca di Ben Ali ma soprattutto dopo l’avvento al potere degli integralisti islamici di Ennahda, la Tunisia si è trasformata in una delle principali “fabbriche” che forgiano aspiranti terroristi suicidi islamici che vanno a espletare la loro Jihad ovunque nel mondo.

Lancio un appello alla Chiesa cattolica, alle varie Chiese cristiane, ai nostri governanti europei ed italiani relativisti che si ostinano a volere le moschee costi quel che costi nel nome della concessione acritica e automatica del diritto alla libertà religiosa: prestate ascolto alla disperazione della madre di Aymen, che a 17 anni è stato bloccato un attimo prima di farsi esplodere dopo aver subito un lavaggio di cervello in moschea, convincendolo che il suo suicidio e l’omicidio del maggior numero di nemici dell’islam gli avrebbero spalancato le porte del Paradiso islamico. È la realtà che ci dimostra che non è affatto vero che tutte le religioni sono uguali, che non è affatto vero che cristianesimo e islam, Gesù e Maometto, Vangelo e Corano, chiese e moschee siano la stessa cosa. Diciamo No alle moschee, mobilitiamoci per arrestare l’invasione islamica al fine di salvaguardare il diritto inalienabile alla vita e alla libertà di tutti noi, compresi i musulmani che non si sottomettono all’atrocità dell’ideologia del Corano e di Maometto.