Per aver detto la verità su Maometto chiedo allo Stato di tutelare in modo adeguato la mia sicurezza. Se dovessero uccidere la mia libertà, morirà la libertà di tutti noi

(Il Giornale, 6 agosto 2017) - Io non ho paura della morte. A 65 anni so bene che la morte ci appartiene. Da credente mi riconosco nel testamento spirituale di Paolo Borsellino: «È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola».

Ma sono preoccupato perché constato il venir meno dell'interesse alla mia sicurezza da parte delle istituzioni. Si può legittimamente dissentire dalle mie idee nel contesto della nostra democrazia. Resta il fatto che per la mia esperienza di vita da immigrato e da musulmano, sulla base della competenza acquisita in ambito accademico e giornalistico, sono l'italiano che probabilmente più di altri conosce e sa spiegare questi temi, che certamente ha condannato autorevolmente e fondatamente sia l'immigrazionismo come ideologia sia l'islam come religione.

In concomitanza con la pubblicazione del mio nuovo libro «Maometto e il suo Allah», lo scorso 25 luglio ho chiesto un incontro urgente con il ministro dell'Interno Marco Minniti. Finora non ho avuto risposta. Proprio perché ho descritto la realtà di Maometto attenendomi rigorosamente alle fonti ufficiali islamiche, il quadro che emerge è assolutamente veritiero ed estremamente preoccupante, facendoci toccare con mano la ragione per cui da 1400 anni l'islam è intrinsecamente violento e storicamente conflittuale. So benissimo di aver violato una linea rossa tracciata con il sangue da tutti i musulmani che ottemperano letteralmente a ciò che Allah prescrive nel Corano e a ciò che ha detto e ha fatto Maometto. La strage dei vignettisti di Charlie Hebdo a Parigi il 7 gennaio 2015, «colpevoli» di aver ritratto in modo irriverente Maometto, era stata preceduta dalla denuncia legale intentata dai  «moderati» della Grande Moschea di Parigi e dell’Uoif, così come ai solenni funerali nessun musulmano «moderato» espose il cartello «Je suis Charlie», sostituendolo con «Je suis Ahmed», un poliziotto musulmano ucciso anch'egli dai terroristi islamici.

Sono anni che gradualmente si sta allentando la sicurezza accordatami dopo che lo Stato aveva ritenuto di portarla al massimo livello. Già nel 2005 nel mio libro «Vincere la paura» denunciai il fatto che lo Stato mi assegnò una scorta, ma al tempo stesso legittimò gli estremisti dell'Ucoii che mi accusarono pubblicamente di essere un «nemico dell'islam». Voglio ricordare a tutti che queste condanne non decadono e non si affievoliscono con il tempo.

In questi giorni comprendo meglio il significato concreto delle denunce espresse da Borsellino, Falcone e Dalla Chiesa. Erano consapevoli che sarebbero stati assassinati da una Mafia che opera in sintonia con uno Stato latitante se non consenziente. Chiedo allo Stato, al di là di chi governa, di tutelare in modo adeguato la mia sicurezza per consentirmi di andare avanti nella missione di dire la verità in libertà. Siamo tutti sulla stessa barca. Se dovessero uccidere la mia libertà, morirà la libertà di tutti noi.

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